Se Samuel Huntington fosse ancora vivo, probabilmente, vedrebbe nella formazione dell’Aukus, il patto dell’anglosfera per l’Indo-Pacifico, un indizio a supporto di quel sempreverde scenario ipotetico che è la riconfigurazione del sistema internazionale in blocchi civilizzazionali.

È vero: alcune delle previsioni del defunto politologo sono state smentite dalla realtà – la pecunia sta prevalendo crescentemente sull’identità, ad esempio, nelle relazioni tra Israele e arabosfera –, ma (molte) altre sono divenute dapprima visibili all’orizzonte e dipoi tangibili con mano. Previsioni come il ritorno al passato della Turchia, le ripercussioni negative del melting pot sulla salute delle società occidentali, l’incompatibilità tra Pax Americana e Regeneratio dell’Impero celeste, il recupero del concetto di Terza Roma da parte del Cremlino e la comparsa di una (timida) “connessione sino-islamica“.

Il motivo per cui Huntington plaudirebbe all’Aukus, ritenendolo una potente espressione di unione civilizzazionale, è il seguente: è stato concepito dall’anglosfera per l’anglosfera. Sì, di mezzo ci sono la competizione per l’Indo-Pacifico, il contenimento della Repubblica Popolare Cinese in una condizione tellurocratica e la velata antipatia per quell’alleato-a-tratti-concorrente che è l’Europa, ma l’Aukus è anche cultura, destino e identità. L’Aukus è, in breve, l’estrinsecazione armata di una civiltà al tramonto che lotta contro l’alba di un nuovo ordine.

Gli anglosassoni alla riscossa

Sangue anglosassone non mente, questa è la ragione che ha persuaso gli Stati Uniti di Joe Biden a rispondere alla sfida dell’Indo-Pacifico cercando aiuto in famiglia, cioè presso la sorella Britannia e la cugina Australia. Non è la prima volta che accade – si pensi al Grande Riavvicinamento (Great Rapprochement) tra Washington e Londra negli anni della Weltpolitik di Guglielmo II – e non sarà neanche l’ultima. Perché oggi come ieri nihil sub sole novum, ovvero tutto è prevedibile perché la storia ripete sempre se stessa, ingannando soltanto coloro che non la conoscono.

La storia, nel caso specifico dell’Aukus, (ci) insegna che le potenze anglosassoni danno valore al sangue nei momenti di cambiamento, sfida e tensione, perché tra loro esiste – ed esisterà sempre – una relazione speciale (Special Relationship). Una relazione speciale di cui il mondo ha potuto constatare la possenza a partire dall’epoca del Grande Riavvicinamento e che, sino ad oggi, ha svolto un ruolo fondamentale nel permettere agli Stati Uniti di perpetuare oltre ogni pronostico la durata della Pax Americana – che altro non è che un’evoluzione della Pax Britannica.

Quella relazione speciale è una delle ragioni di Biden, lo sceriffo riluttante che, a mezzo di questo Grande Riavvicinamento 2.0, ha voluto lanciare un messaggio al Mondo: l’anglosfera è tornata. E, similmente ai tempi della rivalità tra anglosassoni e sassoni e della seconda guerra mondiale, la discesa in campo ha avuto luogo nelle acque mosse dell’ingannevole Pacifico – che degno di tale nome non è mai stato. Acque dove ieri gli anglassoni avrebbero sconfitto insieme dapprima i soldati del Kaiser nelle isole Samoa e dipoi i kamikaze del Sovrano celeste nelle Midway e dove oggi congiungono sforzi e forze contro i revisionisti del Partito Popolare Cinese.

Anglosassoni, prima che occidentali

Gli Stati Uniti possono e vogliono includere l’Europa nella corsa all’Indo-Pacifico, ma lo faranno con altri mezzi, impiegando altre piattaforme cooperative, perché l’Aukus e tutto ciò che rappresenta è un’alleanza a sé stante, dotata di vita propria e preclusa a coloro che anglosassoni non sono. Lungi dall’essere il risultato di calcoli improbabili e logiche contingenti, l’Aukus non è altro che l’ultimo parto del grembo fertile dell’anglosassonismo. Un neonato che, una volta cresciuto, tornerà più che utile ai fratelli Abcanz, Anzus, Auscannzukus, Border Five, Echelon, Five Eyes e Ukusa.

È in errore, dunque, chi vede nell’Aukus un mero sgambetto all’Europa. Perché è, sì, uno sgambetto, ma è tutto meno che mero: è genuino, ineluttabile e prevedibile. Genuino perché legittimato da un’identità comune e naturale, palesata dall’esistenza di numerose realtà di tipo English-only. Ineluttabile perché risultante dalla consapevolezza degli Stati Uniti che la poststorica Europa non è né pronta né volente ad affrontare un surriscaldamento della terza guerra mondiale a pezzi. E prevedibile perché historia homines docet che la legge dei fratelli coltelli non ha potere sulla Relazione Speciale che lega i popoli anglosassoni.

Il confronto sino-americano è anche civilizzazionale

Quella che sta impegnando gli Stati Uniti e la Cina è una battaglia globale di natura egemonica, dove in gioco v’è la continuazione nel 21esimo secolo inoltrato di quel sistema internazionale plasmato dai valori, dalle credenze e dagli interessi dell’anglosfera. Sistema che ha attraversato due fasi – la Pax Britannica e la Pax Americana –, tre sfide esistenziali – l’universalismo napoleonico, le velleità imperiali tedesche e il comunismo – e che, oggi, sta affrontando una nuova minaccia, non meno pericolosa delle precedenti, che è la riscrittura del mondo in senso multipolare trainata dal duo Mosca-Pechino.

La riscrittura del mondo di cui sopra, che i più ottimisti negli Stati Uniti vorrebbero impedire e che i più pragmatici anelano soltanto a rallentare e possibilmente teleguidare, potrebbe condurre ad una nuova era – la Pax Sinica – che, in quanto fondata su più polarità – ciascuna con dei propri schemi integrativi e con dei propri sistemi valoriali –, più che antioccidentale stricto sensu, si configurerebbe come postoccidentale (e, dunque, come postliberale).

L’Aukus, in estrema sintesi, non può essere pienamente compreso escludendo dall’analisi il contesto generale. Contesto che è quello del surriscaldamento del confronto egemonico tra Occidente e Oriente, della rivalità di sottofondo tra gli Stati Uniti e quelle forze europee che aspirano a desatellizzare il Vecchio Continente – non è una coincidenza che Biden, come pronosticato mesi addietro, stia bersagliando la Francia macroniana dell’autonomia strategica – e del progressivo (e parziale) riassetto del sistema internazionale secondo criteri simil-huntingtoniani. Contesto che impone alle genti anglosassoni un altro Grande Riavvicinamento, che, oggi come ieri, nasce sia per contenere i cugini europei sia per calmare le acque del sempre agitato Pacifico.