La competizione tra grandi potenze è entrata in una nuova fase il 15 settembre, giorno in cui gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Australia hanno svelato al mondo la formazione di un patto dell’anglosfera per l’Indo-Pacifico, il cosiddetto Aukus. L’alleanza, come è noto, è stata accolta freddamente all’interno dell’Unione Europea, in particolare dalla Francia che, a meno di risarcimenti, ha perduto una commessa di 65 miliardi di dollari –, e ha dato impulso ad un sommovimento nelle acque sempre più mosse del fu oceano Pacifico il cui esito sarà comprensibile soltanto nel prossimo futuro.

Convinzione dell’amministrazione Biden è che l’Aukus possa contribuire alla causa dell’ingabbiamento della Repubblica Popolare Cinese in una condizione tellurocratica – uno dei grandi leitmotiv geopolitici degli Stati Uniti della contemporaneità –, incoraggiando simultaneamente gli alleati europei ad uscire dal letargo poststorico e magnetizzando forze e risorse dei collaboratori asiatici in loco.

Se e quanto gli Stati Uniti riusciranno a limitare e/o impedire l’ascesa incontenibile della Cina dipenderà da una serie di fattori ed eventi, che l’Aukus potrebbe scatenare o inibire, riguardanti le potenze-chiave del Sudest asiatico, il Giappone, l’indosfera e la non meno importante Russia.

Le possibili ripercussioni dell’Aukus

L’Aukus è una delle più potenti espressioni della visione degli Stati Uniti per l’Indo-Pacifico, un frutto coltivato e maturato all’interno di una piantagione storicamente fertilizzata dalla strategia guerrafreddesca della catena di isole e dall’eredità ricevuta dalla Compagnia delle Indie orientali in materia di “geopolitica degli stretti”. Questo frutto presenta un mezzo, l’anglosfera, ed un fine, la Cina, ma coloro che ne hanno curato ogni fase della maturazione potrebbero aver trascurato, o ignorato completamente, il peso del fattore-incognita Russia.

Mosca, in questo momento, ha una presenza limitata nei due oceani che congiungono i destini di indosfera, sinosfera e anglosfera, poiché lontani dai propri confini e dunque meno importanti nel quadro della protezione della propria sicurezza nazionale rispetto, ad esempio, all’Artico o all’Asia centrale. E fino ad oggi, comunque, l’espansione russa nell’area era stata concepita più in chiave di accerchiamento preventivo della Cina che in chiave di confronto con gli Stati Uniti. L’Aukus, però, potrebbe cambiare tutto.

È dal 2014 che Russia e Cina collaborano attivamente nei teatri che contano, sostenendosi vicendevolmente e operando in maniera tale da non lasciare vuoti di potere utilizzabili da terzi, ovverosia agendo nel nome di una sintonica e perfetta complementarità. In termini pratici significa che tra Cremlino e Zhongnanhai vige una divisione del lavoro, dove il primo offre ciò che il secondo non può e/o non ha (e viceversa). Un modus operandi che, sino ad oggi, era stato applicato ovunque (e con successo) con l’eccezione di due arene: l’Africa e l’Indo-Pacifico.

Dopo un decennio di interventi mirati, tornati utili alla Russia per impedire la caduta di alleati-chiave come il Venezuela e un’eccessiva penetrazione occidentale in luoghi come l’Asia centrale, non è da escludere che l’entrata in scena dell’Aukus possa incoraggiare la Cina a sollecitare una restituzione del favore. Restituzione che potrebbe assumere forme inconsuete, cioè che vadano al di là del mero supporto verbale e diplomatico, come esercitazioni navali nel Mar Cinese Meridionale, pattugliamenti congiunti, richieste di intermediazione e, non meno importante, supporto nell’aggiramento di quel percorso a ostacoli che è la rotta marittima meridionale.

Il “Pivot to the Arctic”

L’Aukus potrebbe indurre Mosca e Pechino a tentare un’applicazione del loro formato di cooperazione complementativa nell’Indo-Pacifico, ma il crescendo di tensioni nell’area – che ospita il 46% dei commerci planetari – potrebbe produrre anche una reazione geograficamente asimmetrica, ovvero riguardante l’Artico.

La Russia, invero, preferirebbe non implicarsi nello sconfinato Indo-Pacifico per via dei rischi legati alla sovraestensione imperiale e delle ricadute negative di un’eccessiva omologazione alle politiche cinesi – non va dimenticato che tra i collaboratori principali del Cremlino nell’area figurano India, Filippine e Vietnam, tre grandi rivali della Cina –, perciò, oltre ad un simbolico muscolarismo (indirizzato agli Stati Uniti), potrebbe sfruttare l’occasione per rilanciare la (più sicura) Rotta del Mare del Nord.

Perché in gioco, nell’Indo-Pacifico, non ci sono soltanto l’esistenza di Taiwan, l’egemonizzazione del Mar Cinese Meridionale e l’evasione dell’Impero celeste dalla propria condizione tellurocratica, c’è anche (e soprattutto) il controllo delle rotte marittime che legano i due lati del supercontinente eurasiatico. Rotte ricche di ostacoli, come i famigerati colli di bottiglia, i pirati e i militari statunitensi. Rotte pericolose, dunque, nonché crescentemente obsolete – come ha evidenziato il recente incidente nel canale di Suez –, che potrebbero essere aggirate circumnavigando agevolmente l’Eurasia da settentrione.

Alcuni eventi sembrano indicare che quella della reazione geograficamente asimmetrica possa essere più di una semplice ipotesi. Nel dopo-Aukus, infatti, il Cremlino si è contraddistinto per un basso profilo nell’Indo-Pacifico – parlando dell’alleanza come di una minaccia indirizzata alla Cina – controbilanciato da un rinnovo della pubblicità alla causa della rotta artica. Nello specifico, la Russia ha svelato un pacchetto addizionale di investimenti per lo sviluppo di questa rotta in divenire per il periodo 2022-24 dal valore di oltre 250 milioni di dollari. L’obiettivo conclamato del suddetto pacchetto è l’accelerazione dei lavori lungo il tragitto di circa 5.600 chilometri, ma dietro potrebbe celarsi dell’altro: la volontà di sfruttare le turbolenze nell’Indo-Pacifico a vantaggio del passaggio a nordest.