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La battaglia degli agricoltori indiani è ormai diventata una causa celebre persino ad Hollywood ed ha visto l’intervento perfino di Rihanna. Alla superficie sembra che nella più popolosa democrazia mondiale ci sia qualcosa che non va e che il governo stia agendo contro gli interessi dei poveri agricoltori indiani.

In India, un Paese vasto e complesso con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, niente è però come sembra. Il 16% del suo Pil, infatti, si basa sull’agricoltura, la quale dà lavoro a più della metà della popolazione. Questo settore è un tasto iper sensibile per il Paese, soprattutto perché coinvolge i cittadini più vulnerabili: i poveri. Per questo motivo è importante capire il contesto generale prima di decidere se appoggiare il governo o i manifestanti, ancor di più se si tratta di una democrazia vibrante.

L’agricoltura indiana

L’India è il secondo produttore di generi alimentari nel mondo dopo la Cina. La legislazione indiana è rimasta quella lasciata in eredità dai vecchi padroni coloniali inglesi, che hanno riformato ed unificato il codice legale a loro beneficio. L’ultima riforma seria del settore è stato l'”Essential Commodities Act”, approvato nel 1955. A quell’epoca l’India era una giovane democrazia socialista e aveva tanti problemi organizzativi e di infrastrutture e, per questo motivo, la legislazione mirava a semplificare il controllo del Paese da parte del governo. L’attuale legge è stata criticata da tutti, sia dall’ opposizione sia dagli studiosi internazionali. Tra le critiche più pesanti c’è quella di aver legittimato la catena di corruzione ed inefficienza nel Paese, già presenti e consolidate da decenni. Questa nuova legge non sembra proteggere per niente gli agricoltori, l’85% dei quali coltiva meno di 2 ettari di terreno. Tuttavia, negli ultimi 30 anni, prima del secondo mandato di Narendra Modi, nessun governo aveva i numeri sufficienti in parlamento per far passare una riforma agricola, un tema talmente sensibile che le altre alleanze politiche non osarono toccare. La situazione degli agricoltori indiani è cosi drammatica che ogni anno si registrano quasi 10mila suicidi, una media di 28 persone al giorno. La tendenza è in crescita negli ultimi anni. Sarebbe troppo facile attribuire tutta la colpa al sistema legislativo, che certamente continua ad avere un ruolo fondamentale nel determinare il tragico destino degli agricoltori.

Come funzionava finora?

Il sistema governativo nazionale è diviso tra il governo federale di Delhi e gli Stati (equipollenti alle regioni italiane). Ogni anno la Commissione Agricola dei Costi e prezzi del Ministero dell’Agricoltura Nazionale dichiara il Minimo Prezzo di Supporto (MSP) per 22 prodotti considerati essenziali, prima della semina. Gli agricoltori sono obbligati a vendere la loro raccolta ai mercati governativi all’ingrosso chiamati “Agricultural Produce Marketing Committees” (APMC’s), dove tutta la raccolta viene venduta all’asta. Questi mercati sono sotto il diretto controllo del governo statale (regionale). La Food Corporation of India (FCI) è un ente del governo nazionale che compra solo il riso e il grano a prezzi MSP (stabiliti prima della semina dai APMC) e poi li vende scontati ai poveri indiani. La perdita della FCI è pagata dal governo nazionale.

I governi statali hanno un potere enorme in questo processo poiché ogni coltivatore deve per forza vendere al mercato provinciale. Il sistema, che dovrebbe proteggere i poveri coltivatori, ha invece creato una casta di intermediari, che comprano dai coltivatori a prezzi bassi per poi rivendere all’asta gli stessi prodotti a prezzi stabiliti dal governo. Il tutto viene giustificato dal fatto che per i piccoli coltivatori il costo di trasporto e perdita dei giorni lavorativi per andare a un APMC non sarebbe sostenibile. I partiti politici statali sono ben collegati con il sistema di intermediari e fanno lobby con il governo centrale per i sussidi. In questo modo, due stati, come il Punjab e l’Haryana, vendono il 25% dei loro raccolti al Food Corporation of India, mentre il secondo stato più povero e rurale dell’ Unione, il Bihar, vende solo il 2% della sua raccolta. Il Punjab e l’Haryana sono molto ben organizzati a sfruttare questa sistema di sussidi e gli agricoltori di questi due stati vivono un tenore di vita alto, perché hanno la sicurezza di ricevere i sussidi governativi. I poveri coltivatori di altri stati, invece, soffrono la pressione degli intermediari e dei mercati governativi, non potendo contrattare direttamente con le aziende o vendere i prodotti online al consumatore.

Cosa prevede la riforma

Le tre leggi approvate dal parlamento indiano a settembre 2020 liberalizzano il mercato agricolo. Esse garantiscono il mantenimento dei mercati all’ingrosso, ma tolgono l’obbligo di vendita in questi mercati. Il coltivatore è dunque libero di vendere la sua raccolta dove e quando vuole, anche online. Inoltre, la legislazione crea contratti per la pre-vendita della raccolta, finora vietata, e vieta agli stati di tassare in qualsiasi modo la vendita libera dei prodotti agricoli.

Tutto sembra andare nella direzione giusta, allora perché l’India è stata travolta dalle manifestazioni? La risposta, come tutte le faccende interne indiane, non è semplice. I critici della riforma temono che le grande aziende internazionali e indiane possano usare questi nuovi strumenti per ridurre il prezzo di acquisto dei prodotti ed inflazionare il prezzo di vendita. Stoccare i beni agricoli in grande quantità era vietato, ma ora con la riforma sarà permesso. Il governo crede di aver creato nuovi meccanismi per favorire il rapido aumento dei beni alimentari e sostiene che le forze di mercato libero aumenteranno i soldi percepiti dai coltivatori, togliendo di mezzo gli intermediari.

E qui arriviamo al dunque, al cuore del problema: la riforma ha privato la casta degli intermediari del potere. Gli stessi intermediari finanziano i partiti regionali e garantiscono i voti, perciò quasi tutti i partiti regionali non condividono le proteste, visto che il potere statale gli è stato tolto. Poi ci sono i coltivatori benestanti del Punjab e dell’Haryana, che vedono il proprio sussidio garantito scomparire nel nulla. Gli agricoltori hanno comunità della diaspora sparse ovunque nel mondo: negli Stati Uniti, Canada e anche in Italia, dove c’è un gran numero di indiani che provengono da queste due regioni indiane. Questi gruppi hanno coinvolto la comunità internazionale per creare pressione sul governo. Se il vero obiettivo delle proteste era proteggere i poveri agricoltori, i manifestanti avrebbero accettato la mediazione della corte supreme indiana per cambiare le nuove norme. Invece i manifestanti ed i loro sostenitori non mirano a modificare nessuna riforma e desiderano solamente eliminare tali leggi.

In mezzo a tutto questo trambusto, si iniziano a sentire anche le voci separatiste del famoso movimento Khalistan. Il movimento per il Khalistan nacque in Punjab negli anni ’80. Finanziato dal Pakistan, esso si batte per ottenere uno stato indipendente dall’ India destinato ai fedeli Sikh. La maggior parte dei sostenitori del movimento sono esiliati in Europa e in America ed ora fanno sentire la loro voce per appoggiare i loro compaesani feriti della riforma.

Tra tutti i cambiamenti di cui il Paese ha bisogno, la delicata riforma agricola è fondamentale per proteggere gli agricoltori che ormai non riescono più a sostenere il peso del vecchio sistema quasi colonialista.

Come in ogni democrazia, il confronto è necessario. Tuttavia, chi protesta oggi in tutta l’India sicuramente non sta agendo per il bene dei poveri, ma per garantire i propri interessi politici, tra cui il sussidio. Per l’Europa è estremamente importante che la riforma rimanga tale, poiché apre un grande mercato sui prodotti agricoli, tra cui vino e formaggio, ora soggetti a tariffe doganali altissime in India per via della politica protezionista. L’India dovrebbe ricordarsi e sfruttare il forte sistema democratico che detiene per discutere, gestire ed affrontare al meglio queste problematiche senza farsi sedurre da forze esterne.

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