La rielezione di Shinzo Abe è stata vista da molti soltanto nell’ottica di un futura (possibile) militarizzazione del Giappone. In realtà, il significato internazionale del nuovo mandato del premier giapponese risiede nel fatto che a Tokyo continuerà a mantenere il potere un governo che vede come obiettivo la sfida all’espansionismo cinese. Una lotta, quella del governo giapponese, che non può evidentemente passare soltanto per la modifica di un articolo della costituzione, né attraverso la maggiore libertà di utilizzo delle forze armate. Il confronto con Pechino deve, infatti, essere prima di tutto economico, commerciale e, in definitiva, anche politico. E per essere efficace, questo confronto non può non avere come obiettivo quello di intaccare il più grande progetto cinese del XXI secolo: la Nuova Via della Seta. Per farlo il Giappone ha iniziato da tempo un proficuo rapporto di collaborazione con l’India. Due Paesi profondamente diversi, sia culturalmente che economicamente, ma legati da un destino comune: opporsi alla Cina. Da questa necessità di contrastare l’espansione cinese nel mondo, in particolare fra Asia e Africa, nacque, alcuni anni fa l’idea di costruire quella che potrebbe essere una vera e propria rotta alternativa alla Nuova Via della Seta, ovvero il cosiddetto Asia-Africa Growth Corridor.

Il progetto indo-giapponese si pone come rotta commerciale e geopolitica sul modello dell’Obor (One Belt One Road) cinese, ma questa volta in forma bilaterale. L’obiettivo, in linea teorica, è soltanto quello di ricostruire la rete commerciale, un tempo molto più fitta, che legava il subcontinente indiano al continente africano e alle sue risorse. Soltanto che, questa volta, le rotte non avrebbero i porti indiani come fine della tratta, bensì proseguirebbero verso il Giappone, creando una rotta marittima che collegherebbe i grandi porti giapponesi con i terminali portuari africani. Un progetto cui Tokyo e Nuova Delhi sono interessate e coinvolti per ragioni non del tutto simili. Se, infatti, l’India ha come obiettivo quello di ostacolare la Cina nella corsa all’accaparramento del mercato africano, il Giappone ha anche lo scopo di iniziare a limitare l’espansione cinese non soltanto dal punto di vista economico, ma anche militare. E non a caso, proprio a Gibuti, il Giappone ha costruito una prima base militare all’estero. In mezzo a questi tre terminali, vi è poi tutta una serie di Stati del Sud-est asiatico che vedono con estremo interessa la possibilità di aumentare il numero di cargo e di soste nei loro porti e che non considerano positiva la presenza di una potenza monopolizzante come può essere quella di Pechino.

Finora, il progetto dell’Asia-Africa Growth Corridor è rimasto sulla carta. Tuttavia, la rielezione di Abe potrebbe dare un nuovo impulso a un piano che, se confermato, potrebbe effettivamente modificare in modo profondo l’assetto del commercio tra Asia e Africa. L’India avrebbe già sondato il terreno in Africa per l’iniziativa, soprattutto tra quei Paesi con cui ha da sempre rapporti proficui sia da un punto di vista politico che industriale. Il Giappone, dal canto suo, a fronte di una minima presenza nel continente africano, può porre sul piatto soldi e tecnologia. A questi due Stati, che sono evidentemente gli artefici e i maggiori interessati al corridoio marittimo, potrebbe aggiungersi l’interesse degli Stati Uniti alla buona riuscita del progetto. Washington ha tutto l’interesse alla creazione di alternative internazionali alle rotte commerciali cinesi e India e Giappone sono due Stati che per gli Usa rappresentano preziosi alleati nel controbilanciare l’evidente strapotere della Cina sul mercato asiatico e sull’espansione di questa in Africa. La sponsorizzazione diplomatica della Casa Bianca potrebbe essere un ottimo contributo per la realizzazione del progetto.

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