L’Asia centrale rappresenta parte del “rimland” del blocco continentale russocinese e come tale la sua stabilizzazione (ed unione) allo “hearthland” è una della chiavi di volta della politica internazionale, sia essa quella di Mosca e Pechino, sia essa quella di Washington se pur con fini opposti. L’India, uno dei due giganti asiatici che maggiormente sta assumendo un ruolo di primo piano nell’area grazie alle dinamiche geopolitiche in atto, è pertanto un Paese chiave in questa strategia. Nuova Delhi ha nel Kashmir uno storico fronte di contrasto con il Pakistan e con la Cina, e recentemente proprio col Dragone si è assistito ad una recrudescenza degli scontri che non si vedeva dal conflitto sino-indiano dell’ottobre del 1962.

Lo scorso giugno lungo il confine che separa la regione dell’Aksai Chin (cinese) dal Ladakh (indiano) sono avvenuti scontri “armati” che hanno causato decine di vittime da ambo le parti facendo precipitare una situazione già molto tesa: Pechino, lentamente ma costantemente, sta militarizzando il Tibet meridionale, costruendo infrastrutture dual use, spostando truppe e assetti terrestri e aerei. L’India, parimenti, ha aumentato lo stato d’allerta delle sue forze armate al confine e ha dimostrato di voler intraprendere la stessa strada spostando uomini e mezzi.

Dopo le prime tensioni sembrava che i due giganti avessero trovato un accordo sulla de-escalation, con l’intenzione – sulla carta – di ritirare le truppe, ma la realtà, come spesso accade, è ben diversa.

Dal lato indiano, lo scorso 27 giugno veniamo a sapere che circa 50mila uomini sono stati mobilitati per raggiungere il confine con la Cina sul tetto del mondo, portandone così il totale a 200mila e facendo pertanto registrare un aumento del 40% rispetto all’anno scorso, periodo, come detto, di massima tensione. Alcuni pensano che mentre in precedenza la presenza militare dell’India mirasse a bloccare le mosse cinesi, quest’ultimo ridispiegamento consentirà ai comandanti indiani di considerare l’opzione di attaccare il Kashmir cinese, se necessario, in una strategia nota come “difesa offensiva”.

Se così fosse occorrerebbero assetti più leggeri per aumentare la mobilità delle forze, coinvolgendo quindi più elicotteri per trasportare soldati da una valle all’altra insieme a pezzi di artiglieria leggera.

In realtà riteniamo che la decisione di Nuova Delhi risponda ancora ad una strategia di contenimento in funzione dell’attività cinese, che, come già anticipato, aumenta se pur in modo lento ma costante. Non è chiaro quante truppe la Cina abbia al confine, ma fonti indiane riferiscono che l’Esercito di Liberazione Popolare ha recentemente trasferito forze aggiuntive dal Tibet al distretto militare dello Xinjiang, che è responsabile del pattugliamento delle aree contese lungo l’Himalaya. La Cina sta allestendo nuove strisce di decollo, nuovi eliporti, bunker a prova di bomba per ospitare aerei da combattimento e nuove piste lungo il confine conteso in Tibet, a cui ha aggiunto anche artiglieria pesante, carri armati, reggimenti missilistici e aerei da combattimento. Tutti assetti “pesanti” che quindi farebbero pensare ad una postura prettamente difensiva dato il teatro di alta montagna in cui si trovano ad operare.

Le ultime immagini satellitari – risalenti alla fine dello scorso giugno – mostrano come sull’aeroporto di Yarkant, a soli 500 chilometri dal lago conteso di Pagong Tso, la Cina abbia dislocato alcuni Uav che da aprile sono ivi rimasti in pianta stabile. Sebbene, attualmente, non sembra che l’aeroporto stia subendo importanti lavori di rimodernamento, la presenza costante di questi assetti particolari – probabilmente utilizzabili per la ricognizione ma anche per l’attacco – dimostra quelle che sono le vere intenzioni di Pechino: continuare nel controllo militare di una regione contesa per spingere Nuova Delhi a impegnare le proprie forze armate in un fronte particolarmente difficile.

Una nuova versione della guerra di logoramento nell’ottica della Hybrid Warfare. I diversi recenti cicli di colloqui diplomatico-militari di de-escalation con la Cina hanno fatto progressi minimi, come già detto, e la Cina ha tutto l’interesse ad evitare che l’India diventi una potenza regionale di riferimento per i Paesi asiatici, ruolo che vuole per sé.

In questo contesto si inserisce la “mediazione” della Russia: Mosca trova in Nuova Delhi un partner importante per la questione afghana, che potrebbe innescare instabilità nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche fondamentali per la sfera di influenza russa, e iraniana, per via della costruzione del porto di Chabahar. Allo stesso modo il Cremlino considera importante la cooperazione con l’India nell’area indopacifica, avendo la medesima posizione a favore del mantenimento e del rafforzamento del ruolo centrale dell’Asean nell’architettura di sicurezza asiatica. Allo stesso tempo, però, l’India è diventata un partner fondamentale per gli Stati Uniti nel settore indopacifico e quindi la continuazione della cooperazione tra Mosca e Nuova Delhi dal punto di vista diplomatico-militare permetterebbe alla Russia di contrastare l’attività statunitense (ma anche cinese, che nell’estremo oriente russo è mal vista e sopportata) nell’area.

Una cooperazione certificata, una volta di più, dalla visita a Mosca lo scorso 7 luglio del ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar per discutere dell’agenda bilaterale, degli interessi internazionali comuni e del successivo vertice ufficiale tra i due Paesi.