Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Baraka Dabu Jackson è un assistente del parco del Virunga, lo stesso percorso dalla route national N2 dove l’ambasciatore italiano Luca Attanasio ha trovato la morte assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci lo scorso 22 febbraio. Jackson si trovava lì nel giorno dell’agguato. In alcune foto che ritraggono il corpo senza vita del diplomatico all’interno di un furgone, lui spunta con una maglietta rossa. La sua testimonianza, riportata nelle scorse ore dal quotidiano Domani, ha aggiunto nuovi dettagli all’inchiesta. Ma, al contempo, ha aperto nuovi interrogativi. In primo luogo su chi ha ucciso i due italiani e, in secondo luogo, sul perché il convoglio in cui viaggiava Attanasio è stato preso di mira.

Le ultime due testimonianze

Il 22 febbraio a Kibumba era giorno di mercato. Kibumba è il nome del villaggio più vicino al lungo dell’agguato. Si trova lungo la N2 in una zona che i locali riconoscono con il nome “trois antennes” per via della presenza di tre grandi antenne poco lontane. In quella mattinata, il villaggio era un brulicare di persone, tra gente comune, acquirenti e commercianti. Baraka Jackson era alle porte di Kibumba quando, intorno alle 10:15, ha sentito nitidamente colpi di arma da fuoco. Il giovane, assieme ad altri colleghi che lavoravano come assistenti nel parco del Virunga, ha notato quattro persone portate via da uomini ben armati. Questi ultimi, secondo quanto raccontato da Jackson, volevano raggiungere la fitta boscaglia ai lati della N2. Ma sono stati ben presto notati dai Rangers del parco. Ne è nata una colluttazione a fuoco durata almeno 40 minuti. Non era certo la prima volta che gli abitanti di Kibumba si trovavano davanti a una scena del genere. La N2 è tra le strade meno sicure e soprattutto serve una regione, quale quella del North Kivu, che è la più instabile della Repubblica Democratica del Congo. Baraka Jackson però, nell’osservare la scena, si è accordo di un dettaglio di non poco conto. Tra le quattro persone rapite dal gruppo armato erano presenti due bianchi. Si trattava, si è scoperto dopo, proprio di Attanasio e Iacovacci.

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CAUSALE: Reportage Congo
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Durante il conflitto a fuoco a un certo punto i rapitori hanno sparato ai due italiani. Nella sua testimonianza, Baraka Jackson ha nitidamente descritto la drammatica scena. I rapitori hanno prima sparato contro il carabiniere, mirando alla sua gola, dopo hanno colpito allo stomaco l’ambasciatore. Successivamente sono fuggiti, dileguandosi nella foresta. Trovandosi a poca distanza da lì, Jackson si è diretto verso i due italiani provando a soccorrere Luca Attanasio, esanime ma ancora in vita: “Ho preso in braccio l’ambasciatore – ha dichiarato il ragazzo – per portarlo in strada verso i soccorsi. Ma è morto tra le mie braccia”. La testimonianza confermerebbe un dettaglio emerso già a febbraio dalle autopsie. Iacovacci infatti, secondo i medici che hanno condotto gli esami fatti in Italia, sarebbe morto sul colpo dopo essere stato raggiunto dalle pallottole. Attanasio invece sarebbe deceduto dopo almeno 50 minuti di agonia durante il trasporto in ospedale. Baraka Jackson ha fatto riferimento anche a ulteriori dettagli essenziali per l’indagine. Il primo riguarda l’armamento posseduto dai rapitori. Sarebbe stato ben più potente di quello dei Rangers. Non si trattava quindi di criminali improvvisati, come tra i tanti presenti tra i sentieri del Virunga. Il secondo ha a che fare invece con la lingua parlata dagli autori dell’agguato. Dalle urla ascoltate da Jackson, sembrerebbe parlassero una versione congolese del kinyarwanda, lingua parlata soprattutto in Ruanda ma anche in alcune zone dell’Uganda e del North Kivu.

Dopo aver provato a soccorrere Luca Attanasio, Baraka Jackson è stato fermato e poi arrestato nonostante non avesse nulla a che fare con il fatto. Per questo per mesi non è stato possibile raccogliere la sua testimonianza. Una sorte toccata anche a un altro testimone. Si tratta di Julien Kitsa, commerciante presente con il suo bancone della frutta quel giorno nel mercato di Kibumba. Dopo aver sentito gli spari, si è precipitato nel luogo dell’agguato per capire cosa stesse succedendo. Ha sentito i rapitori urlare a telefono, in lingua kinyarwanda, “abbiamo rapito i bianchi”. Poi ha notato l’autista del convoglio in fin di vita. Si trattava di Mustapha Milambo, terza vittima di quell’agguato, morto durante i tentativi di soccorso dello stesso Julien Kitsa. Il quale, subito dopo, è stato interrogato e fermato senza motivo.

Rimangono i misteri sui dispositivi di sicurezza

Le due testimonianze raccolte hanno quindi chiarito alcuni dettagli circa gli ultimi istanti di vita di Attanasio e Iacovacci. Ancora non si era riuscita a comprendere la dinamica dell’agguato e in che modo le due vittime italiane erano decedute durante lo scontro a fuoco. Al contempo però sono aumentati i misteri. A organizzare l’incursione armata non è stata una banda comune, bensì un gruppo ben equipaggiato con armi di un certo peso. Di chi si trattava? Nella zona operano le Forze Democratiche Ruandesi (Fdlr) e, poco più a nord, la costola locale dell’Isis che qui corrisponde alla sigla Adf (Allied Democratic Force). Entrambi i gruppi però hanno escluso ogni coinvolgimento. Il governo congolese dal canto suo, per bocca dello stesso presidente Felix Tshisekedi, ha sempre parlato di una banda di criminali comuni quale responsabile del rapimento, mostrando come prova in tal senso alcuni arresti effettuati tra febbraio e maggio. Se però i fermati a cui si è fatto riferimento avevano lo stesso coinvolgimento nullo dei due testimoni ingiustamente arrestati, allora vuol dire che l’indagine congolese è stata, nella migliore delle ipotesi, superficiale e poco significativa. Ad ogni modo, l’inchiesta nel North Kivu risulta oggi arenata. Il primo magistrato locale a curare il fascicolo, Mwilanya Asani William, è stato ucciso pochi giorni dopo l’agguato ad Attanasio e sempre lungo la N2.

Altra domanda: perché i rapitori hanno ucciso i due italiani? La teoria della banda comune in azione ha sempre portato a pensare alla morte di Attanasio e Iacovacci quale conseguenza dello scontro con i rangers o di un tentativo di rapina andato a male. Ma, secondo la testimonianza di Baraka Jackson, i due sono stati uccisi a bruciapelo. C’è poi il quesito forse più importante: perché la sicurezza non è stata garantita? Per arrivare a una risposta la procura di Roma si sta scontrando non solo con l’inerzia congolese ma anche con quella del Pam, il Programma Alimentare Mondiale. L’ambasciatore italiano era in viaggio proprio con un convoglio Pam. Il responsabile della sicurezza, Mansour Rwagaza, ha avvisato soltanto la sera prima i propri vertici del passaggio del convoglio con Attanasio lungo la N2. I protocolli di sicurezza prevedono un preavviso di almeno 5 giorni. Inoltre Rwagaza ha comunicato che il convoglio sarebbe stato composto solo da personale Pam. Circostanza non vera ovviamente e che ha impedito l’organizzazione di un più efficiente dispositivo di sicurezza. Quella di Rwagaza, al momento unico iscritto nel registro degli inquirenti italiani, è stata una negligenza? Oppure c’è dell’altro? Il problema è che nemmeno il Pam sta pienamente collaborando. Lo stesso Rwagaza è stato trasferito in Mozambico. Fuori dal Congo è stato portato anche Rocco Leone, altro italiano presente nel convoglio e all’epoca tra i responsabili locali del Pam.