Si avvicina l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump a Helsinki. E il mondo non può che attendere, con trepidazione ma anche con pragmatismo, quanto accadrà al summit finlandese. I leader di Russia e Stati Uniti si osservano e studiano da tempo. Rappresentano due Paesi da una parte opposta all’altra della barricata. Ma sono anche due leader che, in un modo o nell’altro, sono sempre stati messi sullo stesso piano.
Sembrano appartenere a due mondi opposti, eppure convergenti. Addirittura uno accusato di essere una pedina dell’altro. In un presunto e mai provato grande gioco di interferenze russe nelle elezioni americane che hanno condotto alla vittoria dei repubblicani alla Casa Bianca. Ma se le accuse di essere nelle mani di Mosca decadono sotto la scure della realtà dei fatti, è inevitabile osservare che questa isteria sul rapporto Trump-Putin colpisca anche questo vertice.
In altre epoche, l’incontro fra i leader di due superpotenze spesso in aperto contrasto, sarebbe stato annunciato come un fatto importantissimo. Oggi, l’incontro di Helsinki sembra quasi sussurrato, nascosto. Anzi, per certi versi appare quasi indesiderato. E forse è così. Che Putin e Trump si vedano, da soli, e si possano parlare a quattrocchi, spaventa molte persone. Basta vedere i titoli di molti giornali, specialmente in America, che già parlano di un Trump che sarà circuito dal presidente russo.
C’è sfiducia ma soprattutto c’è apprensione. Trump ha dimostrato più volte di essere disinteressato a una guerra fredda con la Russia. E in tempi non sospetti, quando ancora doveva concorrere alla Casa Bianca, tesseva le lodi del presidente russo, sin dall’inizio della guerra in Siria contro lo Stato islamico. E anche adesso, malgrado le espulsioni dei diplomatici, le sanzioni, e una politica estera del tutto divergente rispetto a quella del Cremlino, Trump sembra ancora vicino alle posizioni di Putin. Come due amici che devono per forza far finta di essere nemici.
Gli alleati degli Stati Uniti, per questo motivo, guardano con sospetto a questo incontro. Non solo perché Putin è un abile diplomatico e uno stratega che sa come condurre un negoziato. Ma anche perché il presidente Usa ha dimostrato di essere pronto al compromesso pur di raggiungere lo scopo desiderato. Alleati o nemici sono concetti che mal si conciliano con la politica trumpiana. The Donald punta al concreto: sei amico solo nel presente, senza pensare a un retaggio storico. E questo metodo, utilizzato già con la crisi in Corea del Nord, temono possa essere usato anche per altri fronti, a cominciare da quello dell’Europa orientale.
Gli Stati Uniti e la Russia in Europa hanno interessi divergenti, sia economici che politici. Entrambi puntano a una maggiore influenza sul mercato europeo. E il gas, per esempio, è uno strumento fondamentale. Trump vuole vendere il suo e Putin quello russo. Ed è evidente la divergenza d’interessi. Ma esiste il compromesso, un ideale molto caro a un presidente che è prima di tutto un businessman. Una possibilità che preoccupa nell’ordine i governi dell’Est ma anche la Nato, da sempre considerato un blocco scomodo per l’a nuova amministrazione americana.
Le recentissime aperture alla Russia da parte del presidente americano sono stati dei campanelli d’allarme per tutta l’Alleanza atlantica. Dopo la spaccatura con l’Europa, ora è il turno delle porte aperte al Cremlino, sia per quanto riguarda la sua presenza nel G 7 sia per quanto riguarda la Crimea, di cui Trump non esclude un riconoscimento come parte della Federazione russa. Idee che la Nato guarda con sospetto, essendo nata proprio in funzione di resistenza a Mosca e che continua a spendere e chiedere miliardi proprio per un’ipotetica guerra con la Russia.
L’incontro di Helsinki, con queste possibili aperture della Casa Bianca, rischia dunque di minare tutta una serie di certezze su cui fonda la strategia Nato. E gli apparati si sono mossi, specialmente negli Stati Uniti. I democratici sperano nel fallimento e già gridano al fatto che Trump sarà una preda di Putin dopo essere stato già una vittima, a loro dire, di Kim Jong-un. Ma la realtà è che, dietro questa psicosi, si nasconde una paura: che il presidente degli Stati Uniti e quello russo si trovino d’accordo. E questo preoccupa chi ha costruito una carriera e una strategia sull’esistenza di un nemico. Vale per gli Stati Uniti ma anche per la Russia.