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L’ultimo test missilistico di Kim Jong-un ha scavato un solco ancora più profondo tra la Cina e la Corea del Nord. Xi Jinping non tollera più quelle considera vere e proprie provocazioni da parte del regime nordcoreano, e, pur escludendo ad ogni costo la soluzione militare da parte degli Stati Uniti e dei partner asiatici Usa, non sta rendendo la vita facile al regime di Pyongyang. Chiuso il traffico aereo tra Pechino e la capitale nordcoreana, interrotto il ponte dell’Amicizia che collega la Cina e la Corea del Nord, applicate in toto le sanzioni Onu e applicate dure restrizioni al commercio tra i due Paesi, il governo di Xi Jinping ha di fatto lasciato intendere al mondo che in realtà questo vicino nordcoreano era solo una scomoda necessità storica più che un vero e proprio alleato. E adesso, con quest’ultimo test del missile intercontinentale Hwasong-15, la situazione si è fatta tutt’altro che semplice fra Pechino e Pyongyang.

Subito dopo il lancio del missile, Donald Trump ha telefonato a Xi Jinping per chiedere di fare il possibile per piegare Kim Jong-un a più miti consigli. Ma non c’è stata soltanto una chiacchierata telefonica tra i due leader. Ci sono stati altri colloqui, in altre sedi, sempre fra Cina e Stati Uniti, che fanno credere che qualcosa stavolta è cambiato. alla National Defense University di Washington, quasi in totale anonimato, c’è stato un incontro fra due gruppi di militari cinesi e americani incentrato sulla gestione di una crisi fra le due forze armate. Il Pentagono ha subito voluto sottolineare che questo meeting era già programmato e che non aveva alcun riferimento alla Corea del Nord, ma è chiaro che, anche qualora fosse stato programmato in passato – cosa del tutto plausibile – l’unica vera crisi fra le due superpotenze in uno scenario di un Paese terzo, attualmente, è la Corea del Nord. Rivolgendosi all’Associated Press, il generale Joseph Dunford, Chairman of the Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, ha detto che “L’incontro servirà come un’opportunità per discutere la gestione delle crisi, prevenire errori di calcolo e ridurre il rischio di incomprensioni”. I colloqui di mercoledì sono stati coordinati dal tenente generale Richard Clarke e dal generale dell’Esercito popolare di Liberazione, Shao Yuanming. E sono colloqui molto interessanti perché difficilmente Pechino e Washington hanno avuto un approccio così collaborativo riguardo al tema della sicurezza nazionale.

Il segnale è importante per due ragioni. La prima è che la Cina ha intrapreso, attraverso questi colloqui, un primo approccio militare alla gestione delle crisi con gli Stati Uniti, che il prossimo anno, a detta di Yao Yunzhu, generale esperto di relazioni Usa-Cina, potrebbero includere anche il Mar Cinese Meridionale e l’Asia nordorientale. Ma quello che interessa maggiormente è che si sta sviluppando un primo dialogo militare per risolvere la crisi nordcoreana. In cosa si può tradurre questo secondo profilo? Innanzitutto è possibile che questi vertici servano come messaggi a Kim Jong-un. Far capire al regime nordcoreano che Cina e Stati Uniti cooperano per via militare e diplomatica sulla soluzione delle crisi comuni, è un segnale d’allarme per Kim che se vuole sopravvivere, deve fare affidamento sulla bontà delle relazioni sino-nordcoreane. Ma può esserci anche una seconda traduzione: la Cina potrebbe decidere di intervenire in Corea del Nord. L’idea non è così peregrina, perché molti analisti, già in passato, puntavano (o forse speravano) che Pechino potesse decidere come estrema ratio di entrare con le truppe in Corea del Nord. Come sostenuto anche da Foreign Policy in un recente editoriale, che quantifica questo contingente in 30mila unità, l’idea è che la Cina entri in Corea del Nord come forza di interposizione. In accordo con gli americani, i cinesi farebbero in pratica il contraltare delle forze Usa in Corea del Sud – che sono circa 28mila – in questo modo “rassicurando” Kim dell’impossibilità di un’offensiva nel Paese e di fatto rendendo impossibili al governo di Pyongyang nuove provocazioni.

Ci sono segnali in questo senso? Sì, anche se non esistono conferme in tal senso. La Cina ha avviato da tempo esercitazioni militari al confine con la Mongolia con la 78a unità militare del comando settentrionale, ovvero i soldi che si occupano della frontiera con la Corea del Nord. Nel frattempo, la chiusura del traffico fra i due Paesi e la costruzione di una nuova enorme autostrada nei pressi di Ji’an, sempre al confine con la Corea del Nord, potrebbe essere il preludio di un’entrata via terra. Xi Jinping sa che finora poteva contare sulla sua capacità i soddisfare i bisogni della Corea del Nord per tenere a bada Kim ed evitare che questi minacciasse chiunque. Ma aver accolto tutte le sanzioni Onu e la richiesta degli Stati Uniti di interrompere il rifornimento di petrolio al Pyongyang, potrebbe essere un tassello ulteriore nella disgregazione dei rapporti fra i due vicini. E per Pechino è fondamentale evitare una guerra, ma soprattutto arrivare al controllo degli arsenali di Kim Jong-un prima che possano minacciare una guerra nucleare al confine con la Cina.