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Politica

Incontri in Arabia Saudita e segnali da Pechino. Cosa si muove in Medio Oriente

La Cina ha iniziato una vera e propria offensiva diplomatica in tutto il Medio Oriente. Dalla sua parte Riad, dove avvengono diversi summit

L’Arabia Saudita è sempre più al centro di un complesso movimento geopolitico in corso in tutto il Medio Oriente. Mentre il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, si trova nel Paese con Khaled Meshaal e Mussa Abu Marzuk ufficialmente per un pellegrinaggio nei luoghi sacri dell’Islam, nelle stesse ore ad arrivare a Riad è stato il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, giunto nella capitale saudita per incontrare il re Salman.

La coincidenza temporale non può essere considerata casuale, soprattutto perché arriva dopo altri segnali da non sottovalutare. Venerdì scorso, a Gedda, si è tenuto un importante vertice tra i rappresentanti del Bahrein, dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Iraq, della Giordania, del Kuwait e dell’Oman. Scopo dell’incontro era quello di ricucire definitivamente lo strappo della Siria con i Paesi del mondo arabo: un segnale di disgelo nei confronti di Damasco che conferma che in Medio Oriente qualcosa si sta muovendo.

Prima di questo vertice, un segnale di fondamentale importanza era arrivato dall’incontro in Cina tra i ministri degli Esteri dell’Iran e della stessa Arabia Saudita: summit che certificava la riapertura dei canali diplomatici tra i due Paesi su input di Pechino (avviata già nel mese scorso) e che è stata ulteriormente confermata dall’invito ufficiale rivolto dalla Repubblica islamica al re Salman per visitare il Paese. Un’immagine di fondamentale importanza che sembra essere una prima tappa verso la chiusura di una conflittualità che da tempo caratterizza l’area del Golfo Persico.

La strategia diplomatica di Riad

L’Arabia Saudita continua quindi a muovere i fili della diplomazia cercando di costruire una nuova posizione di leadership all’interno della regione. Una missione non certo semplice in cui un ruolo non secondario sembra averlo la Cina, gigante asiatico interessato a due elementi: il petrolio mediorientale (in particolare quello saudita) e l’allentamento delle tensioni nell’ottica di una rinnovata spinta verso ovest degli interessi di Pechino.

Tutto questo senza dimenticare il gioco delle grandi potenze, con la Russia impegnata in Ucraina e saldamente alleata all’Iran e con gli Stati Uniti a loro volta impegnati in un complesso rimodellamento delle proprie strategie in tutti i quadranti dell’Asia, dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico. Movimenti di sfere di influenza in cui il Medio Oriente, apparentemente lontano dai riflettori di Mosca e di Washington, può essere il nuovo teatro in cui la Cina può proiettare le sue direttrici diplomatiche e di interessi strategici.

La sponda cinese

Come altra prova di questa svolta mediorientale della Cina, sono giunte in queste ore le parole del ministro degli Esteri di Pechino, Qin Gang, rivolte al suo omologo israeliano, Eli Cohen, e quello palestinese, Riad al Maliki. Come riportato dall’agenzia Xinhua, Qin, utilizzando proprio l’esempio del ripristino dei rapporti tra Teheran e Riad, ha annunciato che il governo cinese è pronto a fare il possibile per riavviare il dialogo tra israeliani e palestinesi, chiedendo di evitare “parole e azioni eccessive e provocatorie” e di “dar prova di coraggio politico e riprendere i colloqui di pace”.

“Il presidente Xi Jinping ha proposto la Global Security Initiative e la Cina ritiene che la chiave per risolvere la questione israelo-palestinese sia sostenere la visione sulla sicurezza comune”, recita il comunicato del ministero degli Esteri cinese. Altro segnale della strada che Pechino intende percorrere nella regione. Sia Cohen che al Maliki hanno ringraziato la Cina per l’impegno, e, pur ribadendo le proprie posizioni su diversi dossier, hanno mostrato molta attenzione a quanto proposto da Pechino. Un segnale da non sottovalutare, specialmente se dall’Arabia Saudita – sempre più partner di questa “offensiva” diplomatica cinese – arriveranno indicazioni anche implicite di un percorso comune tra Hamas e Anp nel fermare l’escalation in Terra Santa.

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