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Un incidente che mette in allarme il mondo. Quanto accaduto al chilometro 151 del Canale di Suez non è un episodio da sottovalutare. Il canale – che attraversa l’Egitto e collega Mediterraneo e Mar Rosso – è uno dei choke point più importanti del mondo, dove si intersecano non solo enormi rotte commerciali ma anche le sfere di influenza delle varie potenze.

La nave incagliata era la Ever Given, un cargo da 224mila tonnellate registrato a Panama. Partito dalla Cina e diretto a Rotterdam, il cargo è della taiwanese Evergreen Marine.

Secondo il portavoce dell’Autorità del canale, l’incagliamento della nave container è avvenuto “per assenza di visibilità” dovuta a una forte tempesta di sabbia con venti che hanno soffiato a 40 nodi. La tempesta, unita a un blackout della strumentazione di bordo, ha così disorientato la nave, lasciando che si arenasse in diagonale. E proprio nel punto più stretto del canale. Una circostanza che ha reso ancora più complicate le operazioni per disincagliare la nave – sono serviti otto rimorchiatori – ma che ha soprattutto provocato l’interruzione del traffico navale per ore. Paralizzando in questo modo il traffico di container tra Oceano Indiano e Mediterraneo. E quindi tra Europa e Oriente.

Il cargo incagliato visto dal satellite

I problemi strategici

In attesa che le indagini chiariscano come sia stato possibile un incidente di questo tipo, è chiaro che l’allarme è risuonato in tutto il mondo. E subentrano questioni di natura strategica. Soprattutto perché il controllo di Suez, come di qualsiasi altro “collo di bottiglia”, è la cartina di tornasole del vero dominio marittimo. E quindi mondiale, trovandoci in un’epoca come quella di oggi dove è il commercio via mare ad aver preso il sopravvento nel mondo globalizzato.

Suez è da tempo nel mirino per diverse ragioni. L’Egitto sa perfettamente che il canale è oggi il vero punto di forza del Paese, ed è per questo che il Cairo ha puntato tutto sul suo raddoppio. Una scommessa che per adesso sta dando i suoi frutti. Come spiega Marco Valle, in Suez, Il Canale, l’Egitto e l’Italia, grazie all’aumento del tonnellaggio allo sviluppo della Suez Economic Zone, il governo egiziano sta cercando di sfidare le principali regioni logistiche europee e mediorientale, da Amburgo fino a Jabel Ali.

Un hub commerciale di portata internazionale su cui da tempo ha messo gli occhi la Cina, che sa perfettamente come, per consolidare un impero, il controllo dei passaggi obbligati è essenziale. Uno di questo è appunto il collo di bottiglia egiziano, crocevia di interessi e conflitti da quando il genio italiano ha pensato per la prima volta a come realizzarlo. E non a caso il Mar Rosso è sempre più al centro di una corsa verso la militarizzazione. Le basi si moltiplicano (l’ultima, a Port Sudan, gestita dalla Russia). E si rafforzano anche le flotte, preoccupate dalla possibilità che quella rotta cada sotto la minaccia di blocchi o attacchi che renderebbero il transito sempre meno sicuro.

I rischi per l’Egitto

L’apertura del canale diventa quindi un problema geostrategico e non solo meramente economico. Il controllo di quella via d’acqua permette un flusso continuo di merci, navi civili e militari tra Europa e Asia. E la sua sicurezza rappresenta un pilastro per tutte le forze coinvolte nell’area.

L’Egitto, se non garantisce che quel passaggio sia libero e privo di rischi, corre il pericolo di vedersi “scippato” il traffico da altre rotte. La circumnavigazione africana, per le navi più grandi che puntano ai porti del Nord Europa, non è troppo più dispendiosa rispetto a Suez. E al Cairo guardano con estrema attenzione alla possibilità di una nuova rotta artica. Realtà naturalmente molto futuribile, ma la Cina ci punta. E non è da sottovalutare. Tanto è vero che anche per questo gli egiziani hanno raddoppiato la larghezza del tracciato.

All’interesse egiziano, si aggiunge quello delle potenze commerciali orientali, preoccupate dalla possibilità che quella rotta per il Mediterraneo e i ricchi porti del Nord Europa sia messa a repentaglio. Questo farebbe lievitare i costi di assicurazione e trasporto. Ma soprattutto aumenterebbe le difficoltà di un progetto che non si è mai arrestato: la Nuova Via della Seta. Che ha proprio a Suez una delle sue ancore.

Gli interessi di Israele

Un’altra delle nazioni più interessate a Suez è Israele. Lo Stato ebraico ha da tempo fatto intendere che il passaggio del Mar Rosso è centrale nella sua nuova strategia. E in tempi recenti, l’attenzione si è spostata sullo scontro navale (sotterraneo) tra Iran e Israele proprio intorno a quelle acque: i media hanno parlato di una serie di attacchi rivolti da Israele contro navi iraniane dirette in Siria. E nel gioco tra superpotenze, rientra anche quello di Stati Uniti e Russia, molto interessate a evitare che il meccanismo di controllo di Suez sfugga completamente dalle loro mani. Anche perché è ancora quello il principale snodo che collega Atlantico e Oceano Indiano.

Sistema in cui è coinvolta direttamente anche l’Europa, in particolare quella mediterranea. Il passaggio di Suez è fondamentale non solo per i porti del Levante, ma anche per quelli greci e italiani. Finché il canale è libero e utilizzabile, questo permette di non rimanere esclusi dalle più importanti rotte mondiali. Se chiude o diventa insicuro, il pericolo si riversa tutto su di loro.

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