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Il governo dell’Uganda ha vietato l’uso di berretti rossi da parte della popolazione del Paese. L’indumento è divenuto il simbolo del movimento di opposizione guidato da Bobi Wine, un ex-cantante pop che nel 2021 si è candidato alle elezioni presidenziali dove sfiderà, con tutta probabilità, il capo di Stato Yoweri Museveni, al potere dal 1986. L’esecutivo ha definito, a livello legale, quali sono gli indumenti e la divisa ufficiale che possono essere indossati unicamente dal personale militare, includendo tra essi il famigerato berretto rosso. La pena, per chi viola la legge, può arrivare al carcere a vita. Wine, il cui vero nome è Robert Kyagulanyi, ha stigmatizzato quanto deciso da Kampala affermando che il suo movimento è molto più forte e radicato di un semplice simbolo e che il divieto rappresenta un tentativo dell’autocrazia al potere di soffocare le proteste a lei avverse. I sostenitori dell’oppositore politico sono perlopiù giovani che condividono le critiche rivolte dall’ex cantante al presidente Museveni e questo formidabile bacino elettorale rischia di costituire una serie minaccia alla tenuta dell’esecutivo.

Una minaccia allo status quo

La carriera politica del trentasettenne Bobi Wine ha avuto inizio nel 2017, quando si aggiudicò un seggio, come candidato indipendente, nelle elezioni parlamentari. Da allora ha sostenuto altri candidati dell’opposizione ed ha iniziato ad attirare l’attenzione delle autorità ugandesi, che lo hanno arrestato più volte ed accusato, nell’agosto dello scorso anno, di aver lanciato pietre contro il convoglio presidenziale. In quest’occasione le forze di sicurezza lo hanno pestato violentemente, provocandogli gravi ferite. Wine ha anche riferito di essere stato torturato nel corso della detenzione in carcere. La sua candidatura presidenziale presenta, però, alcuni elementi di debolezza: l’oppositore deve ancora chiarire nel dettaglio come intende risolvere i gravi problemi che affliggono l’Uganda, dalla povertà alla disoccupazione. Wine non è inoltre sembrato molto preparato sui temi fiscali quando, nel corso di un’intervista, ha interpretato in maniera errata una domanda postagli sull’argomento. I suoi punti di forza sono il carisma, lo stile populista e la capacità di attirare il consenso dei giovani, che costituiscono il 75 per cento della popolazione del Paese e che potrebbero rappresentare il vero motore del cambiamento. Il giovane oppositore è destinato, nei prossimi anni, ad essere una fastidiosa spina nel fianco per Kampala e ha reali possibilità di insidiare la tenuta del governo. Bisognerà vedere, però, se le consultazioni del 2021 si svolgeranno in maniera democratica o più probabilmente saranno viziate da brogli e violenze. L’Uganda non è considerata una democrazia ed il rispetto dei diritti civili e politici nel Paese è limitato.

Un lungo governo

Salvo imprevedibili sorprese Yoweri Museveni sarà, nel 2021, il candidato presidenziale del Movimento di Resistenza Nazionale, che lui stesso ha contribuito a fondare. L’anziano leader ha giocato un ruolo chiave nelle vicende politiche ugandesi degli ultimi decenni: negli anni Settanta ed Ottanta si oppose al regime di Idi Amin Dada ed al governo di Milton Obote provocandone, in entrambi i casi, la caduta. Museveni entrò trionfalmente a Kampala nel 1986 e da allora guida il Paese. In una prima fase il suo esecutivo è stato lodato per i buoni tassi di crescita dell’economia e per le efficaci campagne di lotta all’Aids. La partecipazione di Kampala all’invasione della Repubblica Democratica del Congo, negli anni Novanta e lo stile di governo sempre più autoritario hanno però suscitato profonde critiche da parte dell’opposizione e dei gruppi internazionali per i diritti umani. Le pulsioni di rinnovamento politico che attraversano l’Africa ed il fermento giovanile potrebbero portare, nel breve periodo, ad un cambiamento anche in Uganda. I giovani, attratti dai messaggi populisti e diretti di Bobi Wine, costituiscono una fascia chiave dell’elettorato del Paese e la posizione di Museveni potrebbe farsi sempre più difficile. Il rischio è che una lunga fase di incertezza  politica possa attraversare questa nazione dell’Africa orientale a cui, malgrado tutti i difetti e le mancanze, l’attuale amministrazione garantisce una certa stabilità. Gli stati che confinano con l’Uganda, su tutti la Repubblica Democratica del Congo ed il Sud Sudan, potrebbero risentire dei tumulti e delle lotte intestine di Kampala. Sembra comunque certo che l’attuale esecutivo ugandese non lascerà tanto facilmente il potere ed una transizione politica, che avvenga per via elettorale o meno, non è destinata ad essere indolore.