Il governo della Tunisia proposto dal primo ministro incaricato Habib Jemli, un indipendente manovrato dal movimento islamico Ennahda, non ha passato il test della fiducia dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp). Solo 72 voti deputati hanno votato a favore dell’esecutivo proposto, a fronte di 134 voti contrari e tre astensioni. Il lungo discorso di 45 minuti tenuto dall’ex sottosegretario dell’Agricoltura (curiosamente, il terzo sottosegretario di fila a essere indicato come primo ministro dopo Habib Essid e Youssef Chahed) non ha convinto i parlamentari tunisini a votare per la una squadra composta parzialmente da “competenze nazionali”, “tecnici” che in teoria non sono affiliati ai partiti. Determinante è stata la presa di posizione di Qalb Tounes, il partito populista in salsa tunisina guidato dal magnate dei media Nabil Karaoui, proprietario dell’emittente televisiva “Nessma” e candidato sconfitto al secondo turno delle ultime elezioni presidenziali, che ha preso le distanze dal governo proposto, dicendosi a favore di un’ipotesi “governo del presidente”.
Governo del presidente o nuove elezioni?
La palla passa ora al presidente della Repubblica Kais Saied, neofita della politica eletto lo scorso ottobre, che dovrà designare un altro futuro primo ministro che possa convincere i parlamentari. Secondo la Costituzione tunisina, il capo dello Stato avrà a disposizione un periodo di dieci giorni per avviare le consultazioni al fine di trovare la persona ritenuta più adatta per formare un governo entro massimo di mese. Come sottolineato da “Agenzia Nova”, “se a sua volta il presidente Saied non riuscirà a formare un esecutivo, sarà il momento di sciogliere l’Assemblea e indire nuove elezioni legislative”. La Tunisia rischia dunque un pericoloso vuoto istituzionale in un contesto regionale in rapida evoluzione. Mentre la vicina Algeria sembra aver ritrovato una parvenza di stabilità con l’elezione del nuovo presidente Abdelmajid Tebboune e la nomina di un governo, il principale timore proviene dagli ultimi sviluppi in Libia, dove si è intensificata l’offensiva su Tripoli dell’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar e dove, dall’altra parte, si registra l’intervento della Turchia che potrebbe inviare in Libia – paese d’importanza strategica per l’Italia – un contingente militare poco più di un secolo dopo la fine della Guerra italo-turca, che pose fine all’occupazione ottomana dei territori libici.
La Tunisia appoggia la Turchia in Libia?
La visita a sorpresa in Tunisia del presidente turco Recep Tayyip Erdogan del 25 dicembre scorso ha suscitato forti polemiche. Sembra che il “sultano” di Ankara si sia mosso personalmente per chiedere alla Tunisia di sciogliere le riserve e fornire appoggio logistico alle operazioni militari a sostegno di Tripoli, al punto che la presidenza tunisina è stata costretta a negare pubblicamente che Ankara abbia chiesto l’utilizzo dello spazio aereo e marittimo tunisino. “Una notizia è una smentita data due volte”, diceva Giulio Andreotti, ed è forte il sospetto che Ennahda, prima forza politica del paese in occasione delle elezioni legislative dello scorso 6 ottobre e influente attore nella galassia della Fratellanza musulmana, stia manovrando per fornire sostegno all’alleato Erdogan.
Allarme economia
Oltre alla crisi libica, preoccupa anche la situazione economica del paese africano più vicino alle coste dell’Italia e prima nazione di provenienza dei migranti illegali sbarcati in Sicilia nel 2019 (almeno 2.654 secondo i dati del Viminale). Nel 2020 lo Stato tunisino dovrà chiedere un prestito di 3,57 miliardi di euro per coprire la finanziaria 2020 del valore complessivo di 14,85 miliardi di euro. Le autorità saranno dunque nuovamente costrette a cedere sovranità economica a istituzioni come il Fondo monetario internazionale (Fmi), che però non regalano soldi per nulla: in cambio chiedono misure di austerità che molto probabilmente impoveriranno ulteriormente la popolazione. Il problema è che l’Fmi finora ha già erogato alla Tunisia circa 1,6 miliardi di dollari che dovranno essere restituiti sotto forma di ristrutturazione delle imprese pubbliche, riduzione dei disavanzi e della massa salariale che grava pesantemente sulle finanze pubbliche tunisine. L’Unione europea già concede alla Tunisia 300 milioni di dollari all’anno, una cifra già alta. Il rischio concreto è quello di un massiccio intervento della finanza del Golfo, che potrebbe approfittare della debolezza delle istituzioni tunisine per mettere un piede sulla sponda sud del Mediterraneo.
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