La Tunisia, il primo paese di provenienza dei migranti illegali sbarcati in Italia, ha un nuovo governo. A guidarlo è l’ex ministro dell’Interno Hichem Mechichi, un uomo che conosce bene il dossier dei flussi migratori. Ha partecipato alle riunioni con i colleghi del gruppo 5+5 (Italia, Germania, Francia, Spagna, Malta da una parte, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania dall’altra) per trovare “un modo congiunto e coordinato” di prevenire e combattere la tratta di esseri umani. Basterà a impedire una nuova ondata in autunno, quando la crisi economica causata dal coronavirus comincerà a falciare altri posti di lavoro? Finora nel 2020 sono sbarcati in Italia 7.890 tunisini, oltre il 40 per cento delle nazionalità dichiarate: più di tutti gli sbarchi dei tunisini nell’intero biennio 2018-2019. Una parte non trascurabile degli sbarchi autonomi, inoltre, non vengono registrati e portano in Italia veri e propri fantasmi che non chiedono asilo politico e non vogliono farsi identificare. Quantificarli è impossibile: le stime vanno da qualche centinaio a poco più di un migliaio ogni anno. Eppure sono proprio loro, potenzialmente, a creare maggiori problemi di sicurezza connessi al pericolo terrorismo e Covid-19.

I migranti non si fermano

Un flusso continuo che preoccupa soprattutto perché non si arresta. Luigi Di Maio e Luciana Lamorgese, i nostri ministri degli Esteri e dell’Interno, hanno portato in Tunisia i commissari europei agli Affari Interni, Ylva Johansson, e per l’Allargamento e il Vicinato, Olivér Varhelyi, per convincere la Tunisia a fare di più su questo fronte. Come riportato da “Agenzia Nova”, il presidente tunisino, Kais Saied, sempre più uomo forte del paese nordafricano, si è detto “profondamente impegnato a frenare i flussi migratori illegali verso l’Italia”, ma ha chiesto “la cooperazione dell’Europa per affrontare alla radice le cause profonde della migrazione”. Tradotto: servono soldi e mezzi per fermare le partenze. L’Italia ha messo subito sul piatto 11 milioni di euro, ma le cose non sono cambiate e non ci sono novità sulla richiesta dell’Italia di aumentare gli 80 rimpatri a settimana. La verità è che le migrazioni illegali sono il segno tangibile della profonda debolezza dello Stato tunisino nato dalla rivoluzione del 2011 e oggi in profonda crisi di identità. La Guardia costiera tunisina non ha le forze né i fondi per competere con i trafficanti di esseri umani. Anzi, spesso conviene girarsi dall’altra parte ed è certamente più facile accettare una mazzetta che mettersi contro le organizzazioni criminali per una paga da fame. Ma forse, ora, con il nuovo governo le cose potrebbero cambiare.

La squadra di Robocop

Il nuovo esecutivo della Tunisia è una squadra di “tecnici” fortemente legati al presidente della Repubblica. Al punto che molti parlano di “governo del presidente” e di una crescente insofferenza di Mechichi per le scelte imposte dal Palazzo di Cartagine, sede dell’amministrazione presidenziale. Esemplificativo è il caso del ministro della Cultura, il non vedente Walid Zidi (primo caso nella storia del paese): scelto e poi respinto dal premier designato, il 34enne neo-nominato ministro è stato infine “ripescato” dallo stesso presidente Saied che ha palesemente scavalcato il capo del governo. Eppure quest’ultimo è considerato un fedelissimo del capo dello Stato: a febbraio era stato nominato consulente legale di Saied e poi ministro dell’Interno nel governo di Elyes Fakhfakh. E chi controlla il ministero dell’Interno in Tunisia controlla la gendarmeria e l’anti-terrorismo, pezzi importanti (anzi fondamentali) dell’apparato statale. E’ stato lo stesso Saied a tirare fuori dal cappello il nome di Mechichi, cogliendo tutti di sorpresa. I grandi partiti avevano avanzato altre candidature (i soliti nomi triti, ritriti e indigesti all’elettorato), ma Robocop (il nomignolo con cui Saied viene affettuosamente chiamato dalla stampa tunisina per i suoi movimenti spesso ingessati e impacciati) li ha ignorati scegliendo un suo uomo.

Un governo di “outsider”

La composizione del governo comprende 28 membri in tutto, tra cui otto donne, ma spiccano nei ruoli chiave altre due personalità vicinissime a Saied. Si tratta di Taoufik Charfeddine, 50 anni, originario di Menzel Mhiri (nel governatorato di Kairouan), ex coordinatore della campagna elettorale del presidente Saied nella regione di Sousse. L’altro è Othman Jarandi, consigliere diplomatico del capo dello Stato. C’è una cosa che accomuna “gli uomini” del presidente: come lui sono degli outsider; come lui provengono da zone relativamente povere rispetto all’area metropolitana di Tunisi; come lui sono dei tecnici, non dei politici, e riflettono in questo un atteggiamento antipartitico e populista premiato dai sondaggi. Gli stessi sondaggi che hanno spinto i partiti tradizionali (Ennahda in testa) e preferire il governo di Mechichi alle elezioni anticipate. Il rischio di consegnare il paese alla vulcanica Abir Moussi, presidente del Partito dei costituzionalisti liberi nostalgici di Ben Ali, era evidentemente troppo alto. Il rischio del voto a dicembre e del vuoto istituzionale è stato scongiurato, ma ora bisogna vedere come si muoverà il nuovo esecutivo. La fiducia è stata votata con 134 voti su 217, quindi con un’ampia maggioranza. A votare per Mechichi sono stati il movimento islamico Ennahda (54 parlamentari, il gruppo più numeroso in aula), il partito liberale Qalb Tunes (27 deputati), il gruppo parlamentare Riforma (16 deputati di orientamento centristi, il Blocco nazionale (undici parlamentari ex deputati di Qalb), Tahya Tounes (10 deputati del partito progressista dell’ex premier Youssed Chahed) e Al Mustaqbal (nove parlamentari centristi conservatori). A questi si aggiungono una decina di altri deputati indipendenti. E’ chiaro che con questi numeri il governo ha un ampio margine di manovra, ma serve anche un programma che sia il più condiviso possibile.

Una posizione internazionale difficile

La posizione internazionale della Tunisia è di difficile lettura. E’ un paese piccolo, costretto a importare idrocarburi, che esporta essenzialmente olio d’oliva e fertilizzanti. Eppure è un paese strategico: confina con la caotica Libia, si trova alle porte dell’Europa e allo stesso tempo è può garantire l’accesso ai mercati dell’Africa. Non solo: è un modello di democrazia araba e il suo esempio è lodato e odiato allo stesso tempo. Basti ricordare i terribili attentati del 2015 al Museo del Bardo di Tunisi, costato la vita a 24 persone (tra cui quattro turisti italiani); sulla spiaggia di Sousse (Susa) con 38 turisti stranieri morti, di cui 30 di nazionalità britannica; contro un bus della guardia di sicurezza presidenziale, in cui sono morte 12 persone nel centro di Tunisi. Da una parte, il partito islamico Ennahda sbilancia il paese verso la Turchia, il Qatar e il Governo di accordo nazionale di Tripoli. Dall’altra il presidente Saied ha riallacciato i rapporti con la Francia (non è sfuggito a diversi osservatori il curioso e impacciato saluto tra i due avvenuto all’Eliseo) e mantenuto la neutralità del paese (membro non permanente delle Nazioni Unite in rappresentanza delle nazioni arabe) sulla questione della normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele. Al contrario, il presidente del parlamento Rachid Ghannouci (leader di Ennahda, contestato da una fronda interna) ha condannato duramente ogni normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico. L’attuale ministro degli Esteri ha consigliato a Saied di fare solo due visite all’estero: una in Algeria e l’altra in Francia. In Italia non è ancora venuto e forse è ora di allacciare i rapporti.