Quelle in Svezia sono state elezioni delicatissime, visto l’elevata posta in gioco e il clima di tensione che ha accompagnato l’avvicinamento alle urne e si è confermato nella giornata di voto: per la prima volta nella storia della Svezia le elezioni sono state monitorate dal osservatori stranieri dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Due funzionari dell’Organizzazione hanno vigilato affinché il voto si svolgesse senza problemi e senza interferenze.

L’elemento principale di curiosità e incertezza era legato alla prestazione dei Democratici Svedesi, la formazione di estrema destra fortemente anti-immigrazionista e critica dell’establishment guidata dal giovane Jimmie Akesson, che negli ultimi anni ha lavorato alacremente per rimuovere dal partito le frange più estremiste, razziste e para-naziste.

Previsti nei sondaggi tra il 20 e il 25, i Democratici Svedesi si sono invece attestati al 17,6%, portando in Parlamento 62 deputati e consolidandosi come terza forza, fallendo però l’assalto al centrodestra dei Moderati (secondi con il 19,8%) e ai socialdemocratici del primo ministro uscente Stefan Lofven, che calano sino al 28,4%, fanno registrare il peggiore dato dal 1908 ma rimangono, contrariamente a diverse previsioni, primo partito. Quello andato in scena in Svezia, in ogni caso, è un cambiamento importante: la formazione del governo, in questo contesto, sarà molto problematica.

Il nodo governo

Preso complessivamente, la galassia di forze di centro-sinistra ha raccolto il 40,6% dei suffragi e 144 seggi, mentre il centro-destra il 40,2% e 143 deputati. I 62 deputati del partito di Akesson possono potenzialmente impedire qualsiasi governo impostato sulle tradizionali linee di divisione della politica svedese, ma stando alle dichiarazioni a caldo di Lofven la prospettiva è quella di un’alleanza più ampia.

Dopo aver dichiarato che non lascerà la guida del partito, Lofven ha attaccato la formazione di Akesson: “Gli Svedesi Democratici non potranno mai offrire nessun aiuto alla società, ma accresceranno solo la divisione e l’odio”. Il Guardian riporta inoltre che Lofven accredita una “responsabilità morale” ai partiti di establishment per la formazione dell’esecutivo.

Numerosi veti incrociati infatti rischiano di impedire una riedizione nordica della “grande coalizione”: la sinistra radicale alleata dei socialdemocratici, anticapitalista ed euroscettica, è invisa a tutto il centrodestra, al cui interno Liberali e centristi intendono porre il veto sulla presenza del principale partito del Paese. 

Il candidato dei cristiano-democratici a Sjobo, città nella Svezia meridionale, Lars Lundberg, riporta l’Ansaha dichiarato di non temere l’eventualità che gli Svedesi Democratici possano entrare a far parte della coalizione: “Meglio averli all’interno dello steccato che fuori”. Che prospettive ha ora la forza di Akesson?

Un successo dimezzato per i populisti di Svezia

I Democratici Svedesi hanno conquistato il loro maggior risultato elettorale, sfondato il muro del milione di voti e guadagnato risonanza internazionale con le loro prese di posizione antimmigrazioniste ed euroscettiche. Tuttavia, in quello che l’Agi definisce un “voto senza vincitori” anche il partito di Akesson ha diverse recriminazioni. Gli Svedesi Democratici sono calati rispetto ai sondaggi perché non sono riusciti a catalizzare su di essi il voto di quel 35-40% di elettori che, stando alle analisi, hanno scelto nelle ultime ore il partito verso cui indirizzare la propria preferenza.

Il fatto che il consenso verso i Democratici Svedesi fosse, di fatto, un fenomeno di opinione, una critica al modello svedese e al suo difficile incontro con i fenomeni di immigrazione massiccia ma partisse, in prospettiva, senza reali possibilità di portare alla formazione di un governo, vista la conventio ad excludendum dell’establishment, ha probabilmente contribuito a reindirizzare verso il centrodestra tradizionale parte delle preferenze dirette ad  Akesson.

Del resto, nel continente i movimenti euroscettici sono stati capaci di divenire credibili forze di governo solo in presenza di una struttura politica consolidata (Lega, Fpo), di tassi di consenso in ascesa (Movimento Cinque Stelle, Fidesz) e di programmi costruiti esplicitamente in vista dell’obiettivo. Il partito di Akesson ha certamente criticato duramente, ma è stato debole sotto il profilo costruttivo: le sue posizioni in tema economico, in particolare, poco si distanziano dall’ortodossia liberista e, cosa che è bene sottolineare, dalla visione del mondo degli autori delle riforme che, nei primi Anni Novanta, hanno privatizzato parte del welfare svedese avviandone la crisi.

E se escludere i Democratici Svedesi fosse un errore?

L’establishment politico svedese, in ogni caso, non ha colto un obiettivo che appariva abbordabile, alla chiusura delle urne: utilizzare il peso relativo detenuto nei confronti del partito di Akesson e impostare una credibile strategia verso il governo. Sintomatici dello sbandamento a cui tutti, a destra e sinistra, sono in preda sono i toni duri utilizzati da numerosi esponenti contro i Democratici Svedesi.

Questi traggono il loro consenso da un elettorato concentrato tra gli uomini di classe media d’età tra i 30 e i 50 anni, ovverosia la fascia che più è stata colpita dalla crisi economica e più guarda con ansia alla crisi migratoria: il fatto che oltre un milione di elettori abbiano consapevolmente, con il loro voto, respinto il paradigma storico di inclusività del sistema-Paese Svezia e la lezione di Olof Palme (“I diritti della democrazia non sono riservati ad un ristretto gruppo all’interno della società. Sono i diritti di tutte le persone”) potrà non piacere, ma va tenuto in considerazione.

Questo perché le istanze di cui Akesson e i suoi si fanno portatori non scompariranno certamente se al partito sarà impedito a ogni costo la via del governo: anzi, nelle prime battute dopo la chiusura delle urne si può dire che gli avversari dei Democratici Svedesi abbiano fornito loro le prime sponde per le successive campagne elettorali.