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Lo stallo politico sembra non voler abbandonare la Spagna. I risultati delle elezioni legislative, svoltesi ieri, sanciscono l’impossibilità tanto per una coalizione di centrosinistra che di centrodestra di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. I Socialisti del primo ministro uscente Pedro Sanchez sono giunti al primo posto con il 28 per cento dei voti e 120 seggi sui 350 della Camera bassa del Parlamento spagnolo, più o meno stabile rispetto alle consultazioni di aprile. Subito dietro il Partito Popolare di Pablo Casado, in ripresa ed attestatosi al 21 per cento dei consensi ed 88 seggi che viene, però, tallonato da Vox, destra radicale, con 52 seggi ed il 15 per cento dei suffragi. Il movimento radicale di Santiago Abascal è il vero vincitore del voto ed ha più che raddoppiato, in pochi mesi, il proprio bacino elettorale. In grave crisi, invece, la sinistra radicale di Unidas Podemos, 35 scranni e 12,8 per cento dei voti e soprattutto i liberali di Ciudadanos, 10 seggi e 7 per cento dei consensi. Il movimento di Albert Rivera è praticamente collassato: ad aprile era riuscito ad ottenere quasi il 16 per cento dei voti e 57 scranni, il miglior risultato della sua storia. L’affluenza ha registrato un calo rispetto alle precedenti consultazioni di aprile, 69 per cento contro il 76 per cento di pochi mesi fa.

Una strada in salita

La decisione presa da Pedro Sanchez di convocare le ennesime consultazioni anticipate, le quarte in quattro anni, non ha sortito l’effetto sperato. I socialisti hanno subito un leggero arretramento e Unidas Podemos ha perso ben 7 seggi rispetto ad aprile. Complessivamente, dunque, il centrosinistra si è indebolito, è ancora più lontano dalla maggioranza e nemmeno la possibile inclusione di Ciudadanos basterebbe a raggiungere il numero magico di 176 seggi, che garantirebbero la maggioranza assoluta al nuovo esecutivo. I progressisti avrebbero, in realtà, una strada alternativa ma decisamente impraticabile: il supporto esterno dei partiti regionali, catalani e/o baschi in primis, ma l’attuale clima politico a Madrid sembra scoraggiare questa via. La crisi separatista in Catalogna, che ormai si trascina da anni, ha reso tossica un’eventuale alleanza con gli schieramenti di quella regione ed un patto di governo favorirebbe il rinforzo della destra nazionale, in primis di Vox.

Il Partito Popolare di Pablo Casado è riuscito, invece, a recuperare qualcosa rispetto al pessimo risultato di aprile quando il movimento si era fermato al 18,7 per cento dei voti e ad appena 66 seggi. La leadership del giovane ed ambizioso politico sembra, al momento, salva ma il risultato ottenuto non è comunque esaltante ed evidentemente il principale schieramento del centrodestra spagnolo dovrà elaborare nuove strategie per il futuro. Vox, invece, grazie ad una campagna elettorale molto dura sul tema del separatismo, sull’abolizione delle autonomie regionali e conservatrice in ambito sociale ha più che raddoppiato i propri seggi e si è rinforzata in maniera consistente. Il carismatico leader Santiago Abascal, che spesso ha espresso posizioni politiche controverse, è destinato ad acquisire nuova influenza sul panorama politico nazionale. I partiti conservatori, anche includendo Ciudadanos, non raggiungono si fermano a 150 scranni e non possono di certo pensare di poter godere del supporto dei movimenti autonomisti. Questo rende praticamente impossibile immaginare la nascita di un esecutivo di centrodestra.

La crisi degli ex volti nuovi

Unidas Podemos e Ciudadanos, che appena quattro anni fa sembravano destinati ad un futuro brillante, hanno subito un deciso calo di consensi che li mette ai margini dello scenario politico ed incapaci di agire come quelle forze di rinnovamento che affermavano di essere. Albert Rivera ha rinunciato all’incarico del movimento liberale che, ora, dovrà cercare di capire dove ha sbagliato e come rimediare, se questo è ancora possibile. I voti di Ciudadanos sono stati cannibalizzati dagli altri schieramenti politici e più in generale l’aggravarsi della crisi in Catalogna ha favorito la popolarità di Vox, molto radicale ma anche molto diretto in merito ai suoi punti programmatici. Il futuro del centrodestra, probabilmente, non tende ad un rinnovamento di matrice liberale ma, come in altri Paesi europei, ad una sua radicalizzazione e di colpo Rivera non ha rappresentato più quella novità che voleva essere.

Pedro Sanchez, invece, è riuscito a restituire una certa credibilità al Partito Socialista ed ha in questo modo eroso il bacino elettorale dello schieramento radicale di Pablo Iglesias che, con l’eccezione di alcune significative vittorie a livello locale degli anni scorsi come a Madrid e Barcellona, non è mai riuscito ad influenzare in maniera decisiva gli equilibri politici nazionali. Le posizioni di Podemos in merito alla crisi catalana, probabilmente le meno dure tra gli schieramenti principali, n non hanno di certo giovato alla sua popolarità. Un’affermazione decisiva di Podemos, per il principio dei vasi comunicanti, passa per una debacle socialista e viceversa. In questo caso Sanchez è stato molto più abile di Iglesias a capitalizzare il consenso dei progressisti spagnoli.

Il futuro politico della Spagna, in ogni caso, continua ad essere molto precario. L’opzione che garantirebbe una maggiore governabilità, cioè una grande coalizione tra Socialisti e Popolari, sembra quasi esclusa anche a causa delle storiche inimicizie tra gli schieramenti mentre le alleanze organiche di centrodestra e centrosinistra non raggiungono la maggioranza dei seggi. Serviranno soluzioni creative oppure, forse, un ennesimo ritorno alle urne per pensare ad una maggiore stabilità a Madrid.

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