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Dal 2012 la Somalia, almeno sulla carta e al netto di tutte le difficoltà delle forze centrali nel controllare il territorio nazionale, è una Repubblica federale. Una forma di governo, quest’ultima, scelta a suo tempo per provare a riunire tutti quegli Stati che, a partire dalla caduta di Siad Barre nel 1991, si erano progressivamente resi indipendenti. Si è così venuta a creare una federazione composta da cinque Stati: Puntland, Galmudug, Somalia Sud-Occidentale, Hirshabelle e Jubaland. Un elenco che non comprende il Somaliland, l’ex Somalia Britannica dal 1991 dotata de facto di autogoverno, e a cui occorre aggiungere l’ultimo arrivato: il Northeastern Somali Regional State.

Uno Stato nuovo, ma con vecchi problemi

Il nuovo Stato non nasce su territori di altri Stati ma, al contrario, comprende regioni da tempo oggetto di contesa. Prima dell’accordo che il 31 luglio scorso ha portato alla formazione del Northeastern Somali Regional State, l’area era contrassegnata sulle mappe dalle linee tratteggiate che indicano la presenza di status giuridici non chiariti. Un vero e proprio buco nero geografico colmato adesso con il nuovo Stato.

In poche parole, la nuova entità amministrativa va a colmare un certo vuoto sulla mappa. Non è detto però che questo serva a ridare effettivamente a Mogadiscio il controllo del territorio. Le regioni storiche inserite nel nuovo Stato sono il Khatumo e il Maakhir, rivendicate a Ovest dal Somaliland e a Est dal Puntland. Non si tratta di rivendicazioni di secondo piano: basti pensare che, fino all’estate del 2023, le forze del Somaliland avevano il controllo della capitale del nuovo Stato, Las Anod. Pur se cacciate dalle milizie locali, una parte del territorio è comunque ancora oggi in mano alle forze dello Stato secessionista. Appare quindi difficile oggi pensare a un’immediata pacificazione dell’area.

Cosa cambia per la Somalia

Mogadiscio comunque prova a dare segnali di normalizzazione. La gestione tutto sommato pacifica della transizione verso la creazione del sesto Stato, al pari della possibilità di vedere nuovamente issata la bandiera somala nella città di Las Anod, appaiono segnali complessivamente positivi. Specialmente considerando il contesto eternamente instabile del Paese africano. Gli elementi incoraggianti, non devono tuttavia nascondere le tante incognite.

La prima, come sottolineato in precedenza, riguarda la possibilità che il nuovo Stato risolva la situazione solo sulla carta. Sul terreno, la presenza di nuove bandiere somale potrebbe non rivelarsi risolutiva. La seconda, ha a che fare invece con i possibili calcoli elettorali dell’attuale presidente Hassan Sheikh Mohamud. In carica dal 2022, il capo dello Stato vorrebbe sfruttare a suo vantaggio nel 2026 la nascita del nuovo Stato, considerando il fatto che per la prima volta fra due anni la Somalia andrà al voto con il suffragio universale.

Così come scritto da Abdi Guled su Horn Observer, l’accelerazione dell’iter che ha portato al nuovo Stato sarebbe stata voluta da Sheikh Mohamud per catturare i voti locali. E, soprattutto, presentarsi come il vero stabilizzatore del Paese. Questo nonostante, come sottolineato nelle scorse settimane, sulla Somalia continui a spirare un forte vento jihadista e terrorista.

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