Skip to content
Politica

In Siria anche il calcio festeggia la caduta di Assad

Molti calciatori siriani che militano all'estero hanno parlato di "liberazione" per gli ultimi eventi. Le storie dei campioni repressi.
Siria

Alla gioia popolare seguita alla fuga di Bashar al-Assad da Damasco si sono uniti presto anche i calciatori siriani, che sui propri canali social hanno ricondiviso messaggi, grafiche, fotografie e video per celebrare la caduta del regime. Molti sono giocatori della Nazionale che solo lo scorso gennaio raggiungeva per la prima volta nella sua storia gli ottavi di finale della Coppa d’Asia, sotto la guida dell’allenatore argentino Héctor Cúper (se lo ricorderanno i tifosi dell’Inter dei primi anni Duemila).



Molte bandiere nazionali sui profili di atleti come Ahmad Madania, Mahmoud Al-Aswad e Alaa Al-Dali, ma il messaggio più esplicito e personale lo ha pubblicato il centrocampista Ammar Ramadan: “Il mio paese, la Siria, è stato liberato. La resistenza all’oppressione è inevitabile, che piaccia o meno. Assad è un criminale di guerra. È anche fuggito. Codardo. La mia gioia è per il popolo, il mio popolo. Speriamo di vedere presto anche una Palestina libera”. Ramadan ha 22 anni ed è uno dei pochi calciatori siriani a militare in Europa, con gli slovacchi del DAC Dunajská Streda. Ha lasciato la Siria da adolescente insieme alla famiglia, nei primi anni della guerra, rifugiandosi prima in Qatar e poi in Italia, dove è passato anche, nel 2016, dalle giovanili della Juventus, prima di stabilirsi in Ungheria.

Ramadan rappresenta il pensiero di chi ha dovuto fuggire dal Paese, ma la maggior parte dei calciatori in Siria ci sono rimasti, dovendo piegarsi alla volontà di Assad. Negli ultimi dieci anni il campionato locale è stato tenuto in vita nonostante il conflitto, per dare l’idea che il Presidente avesse ancora il controllo del Paese. Gli atleti sono stati minacciati per convincerli a continuare a giocare a rischio della loro stessa vita, con la conseguenza di trasformarsi in simboli del regime e venire additati dai ribelli come nemici.

Ma d’altronde Assad ha sempre puntato molto sul valore diplomatico dello sport più amato dal popolo: era stato proprio lui, nei primi anni Duemila, a investire per costruire un calcio pienamente professionistico, trasformando i calciatori in vere e proprie star. Come ha spiegato bene Karim Zidan nella sua newsletter Sports Politika, quando nel 2017 venne riconquistata Aleppo subito il governo e la Federcalcio si attrezzarono per far disputare il derby tra l’Al-Ittihad e l’Al-Hurriya.

Eppure dallo scoppio della guerra del 2011 il calcio era diventato anche un luogo di opposizione. Diversi giocatori dissidenti sono stati arrestati e torturati nelle prigioni del regime, come l’ormai famigerata Sednaya, dove nel 2016 era morto l’ex-difensore Jihad Qassab. Gli sportivi oppositori si sono rivelati un problema ma anche una risorsa, per il regime: quelli che si pentivano venivano perdonati e si trasformavano ancor di più in strumenti di propaganda. Firas al-Khatib e Omar al-Soma, che militavano nel campionato del Kuwait ed erano due dei migliori calciatori della Siria, avevano deciso di disertare dalla Nazionale per protesta, ma quando nel 2017 cambiarono idea Assad li accolse nel palazzo presidenziale e si fece fotografare con loro, mostrandosi come un leader compassionevole impegnato a riunire un Paese diviso.

Chi invece non tornò mai indietro fu Abdul Baset al-Sarout, che aveva rappresentato la Siria a livello giovanile come portiere, per poi diventare un cantante di protesta e infine diventare un combattente nella fila dei ribelli. Divenuto rapidamente un’icona dell’opposizione ad Assad, Al-Sarout resta una figura ambigua, vicino al fondamentalismo islamico e ai gruppi jihadisti. Tuttavia la sua morte – avvenuta nel giugno 2019 combattendo contro l’esercito siriano – ne fece un eroe, e migliaia di persone erano accorse al suo funerale.

Non deve stupire, allora, che domenica il suo volto sorridente rimbalzasse nelle storie di ben più noti calciatori locali, come Khaled Kourdoghli, Mahmoud Al-Aswad e il già citato Ammar Ramadan. Ma il vero simbolo sportivo della caduta di Assad è stato senza dubbio il rapidissimo cambio del logo della Federcalcio di Damasco sui propri canali social: una presa di distanza dal regime che aveva monopolizzato il calcio nell’ultimo ventennio per il proprio tornaconto politico.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.