Si avvicina la primavera e assieme alla bella stagione a Roma arriva anche il tempo delle nomine, vecchia e consolidata prassi della politica capitolina in cui ogni esecutivo è chiamato, annualmente, al rinnovo dei consigli d’amministrazione e dei vertici degli apparati strategici dell’economia nazionale in cui lo Stato ha una quota di partecipazione.
L’eterno ritorno delle nomine
Si tratta di un tagliando periodico tanto per i vertici di gruppi romanocentrici nel management ma spesso capaci di garantire proiezione economica, internazionalizzazione e dividendi al ministero dell’Economia e delle Finanze, quanto per ogni sistema di potere politico, che può misurare la sua capacità di cooptare classe dirigente e amministratori, costruendo dunque un’eredità.
La longevità della permanenza al potere di Silvio Berlusconi e la continuità, al tramonto delle fortune elettorali, dell’influenza romana di Matteo Renzi sono spiegabili, in buona parte, con le scelte strategiche fatte per creare una classe dirigente di manager pubblici durevole e in grado di produrre risultati. Giorgia Meloni vuole fare lo stesso e affronterà, nel suo terzo giro di nomine, partite strategiche.
Scadono i vertici di importanti “gioielli della corona” dell’economia italiana: Snam, la multinazionale controllata da Cassa Depositi e Prestiti che opera nelle infrastrutture energetiche; Sace, Simest e Invitalia, tre imprese che permettono allo Stato di sostenere l’export e la crescita dimensionale delle imprese più promettenti; Fincantieri, il campione nazionale della cantieristica navale civile e militare; Autostrade per l’Italia, in cui Cdp opera al fianco di due fondi stranieri, Blackstone e Maquaire.
La sfida di Meloni per la gestione del potere
Al netto dei nomi, su cui rimandiamo a un ben informato approfondimento di Policy Maker, notiamo una sfida in atto sul metodo che le nomine faranno emergere in materia di gestione del potere.
Ognuna di queste partite implica un bilanciamento su più fronti: innanzitutto, all’interno della maggioranza di governo, in cui si è consolidata la prassi che vede Meloni e il suo cerchio magico di Fratelli d’Italia prendere l’ultima parola sulla scelta degli amministratori delegati e Lega e Forza Italia dividersi la scelta delle presidenze. In secondo luogo, nel misurare l’evoluzione dell’influenza tra i vari gruppi dirigenti interni ai partiti; terzo punto è la capacità di proporre manager capaci sul fronte del mercato di riferimento delle singole aziende. E, infine, c’è da considerare un delicato gioco istituzionale e politico che pesa nel determinare la convenienza di certe scelte agli occhi di un mondo in cui gruppi di maggioranza e opposizione si parlano, e non solo.
Ad esempio: come reagirebbe il mercato se venisse sostituito il ben performante Pierroberto Folgiero, Ad di Fincantieri? Oppure, sarebbe possibile indicare come solamente manageriale la conseguenza di una sostituzione dalla guida di Invitalia dell’Ad Bernardo Mattarella, figlio del presidente della Repubblica? O, ancora, il 51% di controllo su Autostrade darebbe diritto a Cdp di procedere in maniera netta sulla nuova leadership, ma come gestire, nel caso uscissero nomine sgradite ai fondi partner, veri e proprio moloch della finanza globale, la successione all’Ad Roberto Tomasi?
Prove generali per il 2026
Queste domande sono un esempio di ciò che attende ogni Governo, a ogni stagione, su ogni azienda. Del resto, le nomine del 2025 saranno una prova generale per il piatto grosso del 2026: Eni, Enel, Leonardo, Poste e Terna, cinque delle maggiori partecipate italiane, vedranno scadere i propri Cda. Nel 2023 Meloni, da poco al potere, scelse una netta continuità su Leonardo e Enel, con l’ascesa di Roberto Cingolani e Flavio Cattaneo come Ad, blindando invece Claudio Descalzi al Cane a sei zampe.
Il 2026, se il Governo durerà fino ad allora, potrebbe permettere a Meloni di essere la prima premier dai tempi di Berlusconi ad avere, per due volte, in mano la gestione delle aziende più strategiche d’Italia. Consentendo in prospettiva di creare una vera continuità nella galassia economica legata allo Stato e, dunque, nel potere che dura e supera la caducità di governi ed istituzioni politiche. Il round di nomine primaverile sarà, nel caso, la grande prova generale.

