“Dopo l’umiliante sconfitta del partito politico dell’esercito alle elezioni del novembre scorso, le forze armate hanno minacciato un golpe e molti lo hanno visto semplicemente come una mossa per costringere il governo di Aung San Suu Kyi a fare delle concessioni. Ma non c’era nessun motivo perché non accadesse realmente. E proprio per questo credo che il colpo di stato di ieri in Myanmar fosse prevedibile”. A parlare ad InsideOver è Zachary Abuza, professore al National War College di Washington ed esperto di Sud-Est asiatico.

I militari erano preoccupati per le possibili mosse di Aung San Suu Kyi?

L’esercito aveva la legittima preoccupazione che con l’83 per cento dei voti lei potesse spingere per emendamenti costituzionali che li avrebbero indeboliti. Con un mandato elettorale così schiacciante, infatti, Aung San Suu Kyi avrebbe anche potuto non fare dei compromessi con loro.

Crede che si potesse fare qualcosa prima?

L’esercito ha sempre continuato ad avere un potere incredibile. Il 25 per cento del parlamento è riservato a loro, controllano vaste fasce di risorse naturali e la guerra costante con le etnie da a loro privilegi unici. In questi anni, durante il primo mandato del suo governo, Aung San Suu Kyi non ha fatto nulla di concreto per cambiare la situazione. Credo però che il Tatmadaw (l’esercito, ndr) fosse preoccupato del fatto che lei avrebbe potuto farlo nel suo secondo mandato.

Ma allora perché l’Occidente ha sempre lodato la “svolta democratica” del Myanmar?

L’Occidente è stato troppo frettoloso nel definire la Birmania una democrazia. Dal 2015, nel migliore dei casi, si è trattato di un regime ibrido o una “quasi democrazia”. Ma dopo cinque decenni di governo militare, gli sviluppi politici sono stati promettenti. E per l’Occidente, che era sempre più preoccupato per la crescente influenza di Pechino nella regione, la nuova situazione era sicuramente interessante.

E la Cina come ha reagito in questi anni?

La Cina è rimasta scioccata quando i militari hanno iniziato a cedere il comando a partire dal 2009. Ed era ovviamente insoddisfatta dei risultati delle elezioni del 2015 che hanno spinto Aung San Suu Kyi al potere. Ma con la pulizia etnica dei Rohingya, soprattutto dopo il 2017, è cambiato tutto, in particolar modo quando la Signora ha difeso i suoi militari dalle accuse di genocidio all’Aia. Così i paesi occidentali hanno ricominciato a imporre le sanzioni al Myanmar. E l’isolamento diplomatico del Paese è stato un bene per Pechino. Credo che anche il colpo di stato di ieri lo sia ed è per questo che l’Asean (Association of South-East Asian Nations) non ha sostanzialmente condannato il golpe.

Cosa potrebbe accadere ora?

L’esercito ha annunciato che manterrà il potere per un anno. Ma presumo che vedremo una situazione molto simile a quella che abbiamo visto in Thailandia, dove lo stato di emergenza è stato esteso. Useranno questo tempo per armeggiare con la Costituzione. Penso che studieranno ciò che Prayut Chan-o-cha (il premier thailandese, ndr) ha fatto nel suo Paese: partiti politici esautorati, potere consolidato nelle mani di organismi non eletti e controllati dai militari.

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