José Alberto Mujica Cordano, ex presidente dell’Uruguay, è morto nel pomeriggio del 13 maggio (ora locale) all’età di 89 anni, nella sua casa poco fuori Montevideo. Nato il 28 maggio 1935, la sua vita è un ritratto delle lotte e delle tragedie vissute nel Novecento dal continente latino-americano. In gioventù “El Pepe”, come era chiamato dai suoi concittadini, aveva incontrato Enrique Erro, uno dei politici di spicco del Partido Nacional, liberale e panamericanista.
Per tutti gli anni Cinquanta Mujica ha supportato il partito, tanto da divenire stretto collaboratore di Erro quando questi venne nominato Ministro del Lavoro nel 1959. Tuttavia, in polemica con lo spostamento a destra del Partido Nacional, Erro e Mujica nel 1962 ne uscirono per unirsi a Unione Popolare, una formazione di sinistra guidata fra gli altri dal Partito Socialista uruguayano. Ma furono gli anni Settanta a rappresentare una svolta: ispirato dalla rivoluzione cubana, Mujica si unì già a metà anni Sessanta al Movimento di Liberazione nazionale – Tupamaros, un gruppo guerrigliero che puntava a una rivoluzione socialista in Uruguay, e a partire dal 1973 a causa delle sue attività venne incarcerato dalla dittatura militare per oltre dodici anni. In quel periodo Mujica subì torture fisiche e psicologiche, e venne liberato soltanto alla caduta del regime, nel 1985. Dopo una lunga carriera politica nel Fronte Ampio, la coalizione della sinistra radicale uruguayana, Mujica venne candidato alla carica di presidente del Paese nelle elezioni del 2009. Vinta quella tornata elettorale, Mujica mantenne la presidenza fra il 2010 e il 2015, nel periodo della “ondata rossa”, la nascita di numerosi governi di sinistra in America Latina, dei quali divenne in parte ispiratore.
Negli anni della presidenza è stato innanzitutto un “idealista pragmatico”. Grande ammiratore di Cuba e di Fidel Castro, la sua prassi di governo si è però discostata da quella della rivoluzione caraibica. Non ha nemmeno mai aderito al Socialismo del XXI secolo lanciato da Chavez dal Venezuela (ben prima della crisi innescatasi soprattutto sotto la presidenza Maduro), con il quale comunque ha collaborato e si è scontrato, almeno quanto si scontrò più volte e in maniera più aspra con un altro presidente progressista dell’area, l’ecuadoriano Correa. La sua visione era quella di un socialismo che fosse innanzitutto una garanzia di diritti per i lavoratori, di progresso e giustizia sociale, e di tutela delle libertà fondamentali per gli emarginati dal sistema capitalista, senza per forza mettere in atto piani di nazionalizzazione forzata di tutti i settori dell’economia. «Se caccio gli imprenditori e nazionalizzo, corro il rischio che si riducano gli investimenti e i posti di lavoro per la mia gente», diceva Mujica, e aggiungeva che lo Stato, nel corso del Novecento, non ha dimostrato di essere necessariamente più competente di un privato nella gestione degli affari.
La figura di Mujica era quella di un uomo che andava però oltre la prassi politica quotidiana, e che riusciva a connetterla ai discorsi sui massimi sistemi affinché fossero per tutti comprensibili. Una filosofia che non divenne mai dominata dall’ideologia, ma che anzi vedeva l’ideologia al servizio della realtà, che per Mujica significava innanzitutto il benessere della popolazione. «Una delle principali fonti di conoscenza è il senso comune» affermava Pepe Mujica. «Il problema è quando metti l’ideologia al di sopra della realtà. La realtà ti arriva come un pugno e ti fa rotolare per terra. Io devo lottare per migliorare la vita delle persone nella realtà concreta di oggi e non farlo è immorale. Questa è la realtà. Sto lottando per degli ideali, ok; ma non posso sacrificare il benessere della gente per degli ideali».
Tra le tante definizioni che sono state date di Mujica, particolarmente calzante per i suoi ultimi anni è quella di “Capo di Stato più povero del pianeta”. Immortalato alla guida del suo maggiolino Volkswagen azzurro dal documentario di Emil Kusturica El Pepe, una vita suprema, da presidente dell’Uruguay Mujica aveva destinato oltre il 90% del proprio stipendio al sostegno delle fasce più povere della popolazione, criticando ferocemente il consumismo e rifiutandosi di occupare la residenza ufficiale del presidente uruguayano, preferendo di gran lunga rimanere tra la sua gente nella sua casa di tre stanze nella periferia povera della capitale. Come lo stesso Mujica ha dichiarato in più di un’occasione, lo sviluppo per lui non era affatto finalizzato all’arricchimento personale o alla costruzione di una rendita economica o di potere: «lo sviluppo deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane» diceva invece, applicando questo assunto alla propria prassi politica.
Negli ultimi anni, il fisico minato dalle privazioni subite in gioventù, Pepe Mujica si era ritirato in una chacra, una cascina di Rincón del Cerro, nella periferia povera di Montevideo, la capitale di quel Paese per anni da lui amministrato. Lì viveva con i suoi adorati cani e con la sua compagna da oltre mezzo secolo, Lucía Topolansky, anche lei ex guerrigliera e con un passato da senatrice nella sinistra uruguayana. Le difficili condizioni di salute erano note a tutti almeno dallo scorso mese di gennaio. “Semplicemente sto morendo” aveva dichiarato Mujica a chi gli chiedeva notizie. “Il cancro si è diffuso e mi ha compromesso il fegato. Non riusciamo a fermarlo. E io non voglio né chemio pesante, né operazioni chirurgiche perché il mio fisico è debole, ne ha passate troppe. Il guerriero ha diritto al riposo”.