Il petrolio libico ha due grandi qualità: le sue caratteristiche permettono l’abbattimento dei costi di raffinazione, inoltre è molto vicino all’Europa e lo si può avere con poche ore di navigazione a dispetto invece dei tanti giorni da impiegare per quello saudita o di altre parti del medio oriente. Ecco perché il greggio estratto dal sottosuolo della Libia è così prezioso e ricercato, oggetto di dispute tanto politiche quanto militari. C’è quindi tutto l’interesse a far riavviare la produzione e l’esportazione in tempi rapidi, visto che oramai è da cinque mesi che le navi petroliere non salpano dai porti del Paese nordafricano. 

Il piano per la riapertura dei pozzi

Nei giorni scorsi sui media libici è apparso un primo piano che potrebbe consentire la riapertura degli impianti in tutta la Libia. Si tratta di un documento voluto soprattutto dalla Noc, la National Oil Company, ossia l’azienda di Stato che si occupa del settore nel Paese. Il piano porta la firma di Mustafah Sanallah, numero uno della compagnia il quale da mesi prova a mediare tra le parti. Così come specificato da AgenziaNova, il piano in realtà rappresenta una controproposta rispetto alla prima proposta lanciata dal generale Khalifa Haftar nelle settimane successive alla chiusura dei pozzi. In particolare, la Noc si impegna ad aprire in Libia un nuovo conto corrente bloccato dall’azienda per almeno quattro mesi. In questo lasso di tempo, le parti devono impegnarsi a trovare un accordo definitivo per la spartizione degli introiti del greggio. L’invito è rivolto soprattutto ai rappresentanti delle tre regioni storiche della Libia, ossia Tripolitania, Cirenaica e Fezzan.

In questo modo, in attesa di una definitiva soluzione, gli impianti potrebbero riprendere l’estrazione con conseguente ripartenza dell’economia libica che dipende quasi esclusivamente dal petrolio. Importante sottolineare, così come riportato ancora da AgenziaNova, la mediazione Usa per giungere a questa prima bozza di piano. Gli Stati Uniti avrebbero avuto, anche tramite la diplomatica americana Stephanie Williams, attualmente a capo della missione Onu in Libia, un ruolo politico non indifferente per l’elaborazione del piano a firma Sanallah. Segno di un crescente peso di Washington sul dossier libico.

Il problema riguardante gli introiti del greggio in Libia

Nel Paese nordafricano il petrolio è una risorsa imprescindibile, ma anche un grave problema: su di esso si riversano interessi interni ed internazionali che hanno contribuito e non poco ad alimentare il clima di conflitto degli ultimi anni. Tra contrabbando, milizie che controllano terminal ed attori locali ed esteri che si contendono i pozzi, la situazione più di una volta ha rischiato di deflagrare definitivamente. Ma il problema principale ruota attorno ai dividendi dei proventi del greggio. Gli impianti sono sparsi in tutto il Paese, ma i soldi vanno soltanto alla Banca Centrale situata a Tripoli. E dunque nel pieno del controllo unicamente del governo stanziato nella capitale libica, quello cioè guidato da Fayez Al Sarraj. Questo ha fatto sì che l’unica vera cassaforte in questi anni fosse situata a Tripoli, mentre in Cirenaica e nel Fezzan è arrivato poco o nulla. Ma non solo: la guerra in Libia in questi anni ha generato diverse entità che rivendicano il controllo su determinati territori. In Cirenaica, dove Haftar controlla buona parte della regione con pozzi annessi, di soldi ne sono arrivati ben pochi. Anzi, per continuare a sopravvivere il governo dell’est della Libia ha dovuto far stampare in Russia i Dinari necessari per la propria economia.

Non è però soltanto una questione legata al duello tra Al Sarraj ed Haftar. Nel Paese nordafricano ogni tribù, ogni gruppo ed ogni milizia rivendica una propria quota nella spartizione dell’enorme mole di soldi che arriva dal petrolio. Una torta molto ampia, a cui nessuno vuole rinunciare. Ed il fatto che i Dinari vengano intascati soltanto a Tripoli non va giù. Durante l’era Gheddafi, il rais ha garantito un certo equilibrio tra i vari gruppi distribuendo a tutti, a chi più ed a chi meno, i soldi proventi dell’esportazione del greggio. Oggi con un Paese dilaniato e diviso in centinaia di fazioni, l’equa ripartizione del petrolio è il vero problema su cui si potrebbe decidere il futuro della Libia.

Perché gli impianti sono chiusi dallo scorso 17 gennaio

Più volte dalla caduta di Gheddafi in poi diversi gruppi hanno minacciato, per mettere pressioni sul governo di turno, di chiudere gli impianti petroliferi oppure, forse peggio ancora, vendere in autonomia l’oro nero. Il 17 gennaio scorso si è passati dalle minacce ai fatti: alla vigilia della conferenza di Berlino sulla Libia, dove l’Europa provava a tornare protagonista nel Paese, il generale Khalifa Haftar ha deciso di far cessare estrazione e produzione di greggio. Lo ha potuto fare per due motivi: in quel momento buona parte dei più importanti giacimenti erano in territori da lui controllati, così come dalla sua parte ha trovato diverse milizie e tribù locali anch’esse adirate per vedere i Dinari del petrolio prendere sempre la via di Tripoli.

Oleodotti, impianti, pozzi, giacimenti, da quel 17 gennaio in Libia è in gran parte tutto chiuso. Ed anche i terminal nei porti non riescono più ad accogliere il greggio da stoccare. L’industria petrolifera libica è quindi in ginocchio da quasi sei mesi. Difficile prevedere se la proposta della Noc passerà al vaglio dei più importanti attori impegnati nel dossier libico. Ancor più difficile pronosticare accordi sul greggio nel breve volgere di quattro mesi. Tutto è ancora quindi contenuto nel novero delle incognite.

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