Se a Roma si trattiene il fiato per il timore di veder scivolare via definitivamente la Libia dalla propria sfera d’interessi, per via dei recenti scontri di Tripoli, a Parigi non si sta certamente meglio. Si sa, quando in ballo c’è la nostra ex colonia le notizie sembrano più appropriate alla politica interna che a quella estera. E questo non solo per più o meno sopite nostalgie della stagione coloniale del ‘900, ma anche per interessi diretti strategici che l’Italia ha ancora nel paese africano. Più volte Roma è sembrata sul punto di perdere definitivamente i propri contatti con la Libia: è accaduto ovviamente con la sconfitta della Seconda guerra mondiale, è accaduto con l’arrivo al potere di Gheddafi che subito ha proclamato una giornata di odio contro gli italiani (espellendo i nostri connazionali dalla Libia), è accaduto poi ovviamente con il rovesciamento di un Gheddafi che pochi anni prima di morire con Roma ha chiuso importanti partite economiche. 

Ma alla fine un secondo schiaffo di Tunisi in salsa tripolina non si è mai assetato del tutto: l’Italia, tra alti e bassi, è sempre riuscita a rimanere a galla tra il Mediterraneo e le dune del Sahara. E adesso? 

I timori derivanti degli scontri di Tripoli

E qui torna in ballo la Francia ed i suoi schiaffi mediterranei, tentati o presunti. Gheddafi in un’intervista concessa nel 2004 a Giovanni Minoli non ne ha fatto mistero: alla domanda se qualcuno è invidioso del rapporto privilegiato tra Tripoli e Roma, il rais ha risposto affermativamente. Ed ancora tra le due sponde del Mediterraneo non era entrato in vigore il trattato di amicizia concluso tra Gheddafi e Berlusconi nel 2008. Nel 2011 è apparso palese che, dietro l’attivismo di Sarkozy nel premere per raid contro la Libia ufficialmente per tutelare i civili durante la primavera araba, vi è stato l’interesse francese a mettere in discussione lo status quo degli interessi italiani nella sua ex colonia. Ed in un’Italia che ancora, seppur in maniera quasi silenziosa, soffre del complesso dello schiaffo di Tunisi operato dai francesi nel 1881, questo non può aver fatto altro che aggiungere ulteriore inquietudine. 

Eppure dopo il rovesciamento del rais siamo rimasti a galla, proprio come dopo gli anni più bui dei rapporti tra il governo italiani e Gheddafi. Tra gli anni Ottanta e Novanta si è sviluppato un matrimonio di interesse tra Roma e Tripoli: l’ex colonia ha fornito gas e petrolio, in cambio l’ex madrepatria ha dato tecnologie e tanto denaro. Poi, per l’appunto, è arrivato l’intervento Nato con la conseguente fine di Gheddafi. Ma anche se gli imprenditori italiani hanno perso appalti, occasioni ed a volte possibilità di recuperare i debiti contratti con Tripoli, l’Eni è riuscita a salvaguardare i suoi interessi. E, con essi, anche quelli petroliferi ed energetici dell’Italia intera. Il timore adesso è che con il caos a Tripoli, dove ha sede il governo riconosciuto e sostenuto da Roma, tutto possa nuovamente essere messo in discussione. E magari, al posto dell’esecutivo di Al Serraj e del vice Maitig (quest’ultimo spesso in Italia negli ultimi anni), vedere un pugno di ribelli filo francesi. 

Le carte che può giocare l’Italia

Ma in realtà il caos piombato su Tripoli non rappresenta il canto del cigno dell’influenza italiana in Libia. O meglio, potrebbe non rappresentarlo nel breve termine. La parola fine, per la difesa degli interessi del nostro paese nell’ex colonia, non è ancora stata scritta. Questo perché se, come afferma Michela Mercuri in una recente intervista pubblicata sul nostro sito, può essere intravisto lo zampino francese e di Haftar (appoggiato anche da Parigi) negli scontri di Tripoli, dall’altro però anche Parigi non può che ammettere di non poter al momento spodestare l’Italia dalla Libia. Gli scontri di queste ore hanno mostrato la Libia per quello che è: un gigantesco puzzle, dove le pedine sono talmente tante da essere incastrate in un equilibrio difficilmente spezzabile. Non ci sono milizie in grado di dettare legge, al massimo ognuna cerca di accaparrasi il proprio: “Si combatte per la ricerca di un posto al sole”, come afferma ancora Michela Mercuri, non certo per le velleità di prendersi carico di un paese ingovernabile. 

Per cui, anche nell’eventualità che per davvero la Francia ha soffiato sul fuoco di Tripoli, Macron non può fare altro che alzare le spalle e cercare al massimo di proteggere i suoi interessi con Haftar. Proprio quest’ultimo poi, non ha come mira quella di diventare semplice pedina di Parigi: anche il generale che comanda in Cirenaica sa bene che senza un minimo compromesso con l’Italia non potrà fare molta strada. Del resto, dietro Haftar c’è pure l’Egitto di Al Sisi.

E proprio l’Egitto può rappresentare una novità importante per Roma. Alessandro Scipione di AgenziaNova, proprio ai nostri microfoni ha manifestato l’importanza per l’Italia di riavvicinarsi al governo di Al Sisi: “L’Italia – afferma – può rimediare, almeno in parte, al disastroso intervento a guida francese nel 2011. L’avvicinamento all’Egitto, in questo senso, potrebbe essere la giusta mossa per arrivare a una soluzione di compromesso”. Il Cairo, che ha in ballo contratto faraonici con l’Eni per via del giacimento di Zohr e di altri che potrebbero essere individuati a breve, potrebbe essere il mediatore perfetto tra Italia ed Haftar. Ed anche qui, lì dove sembrerebbe dominare l’influenza di Parigi, in realtà tutto potrebbe risolversi con un’altra partita finita in parità: un equilibrio che, a lungo termine, avvantaggerebbe chi in Libia è arrivato per primo e quindi, per ovvie ragioni storiche e politiche, per l’appunto l’Italia.