Sembrano lontani i tempi di marzo, quando il parlamento di Tobruck aveva votato in modo quasi plebiscitario a favore del governo guidato da Abdul Hamid Dbeibah. In quell’occasione si è parlato di svolta storica, di passo concreto verso la stabilizzazione della Libia. Adesso, a distanza di pochi mesi, tutto è stato messo in discussione nel più classico dei ribaltamenti di scena che da anni caratterizzano la storia del tormentato Paese nordafricano. Nelle scorse ore infatti Aguila Saleh, presidente del parlamento stanziato nella città più orientale del Paese, ha annunciato che la maggioranza dei parlamentari presenti in aula in questo martedì mattina ha tolto la fiducia accordata a marzo all’esecutivo. E ora il rischio più concreto è dato da un nuovo e grande salto nel buio.

Il ritiro della fiducia e i possibili scenari

Il governo dell’imprenditore misuratino Ddeibah era nato a seguito di una riunione del cosiddetto foro di dialogo sulla Libia, tenuta a febbraio a Ginevra. Si trattava di un passaggio importante del percorso politico voluto dalle Nazioni Unite per giungere a dicembre alle elezioni. Occorreva infatti individuare un esecutivo unitario, in grado di traghettare il Paese verso le consultazioni. La condizione necessaria per il successo di questa delicata fase era la fiducia da parte del parlamento di Tobruk, ossia della camera nata con le elezioni del 2014 e per molti versi considerata braccio politico del generale Haftar, l’uomo che controlla buona parte della Cirenaica. A marzo il voto dei deputati ha lasciato ben sperare, con una maggioranza schiacciante a favore della fiducia per Ddeibah. Un passo non del tutto scontato, visto che il precedente governo di Fayez Al Sarraj è rimasto a galla per dal 2016 al 2021 senza aver mai ottenuto il via libera della camera.

Era così nata una compagine governativa unitaria, la prima dopo tanti anni. A un importante passo politico però non ha coinciso un miglioramento della situazione sul campo. La Libia è rimasta divisa, con l’ovest controllato dalle milizie tripoline e misuratine e l’est dal generale Haftar. É in questo contesto che si è giunti alla definitiva spaccatura delle scorse ore. Così come riportato da Agenzia Nova, su 113 deputati presenti a Tobruck in 89 hanno votato contro la fiducia a Ddeibah. Due le strade che adesso potrebbero prospettarsi. La prima porta alle dimissioni dell’attuale premier e alla conseguente riapertura del procedimento in seno al foro di dialogo per la scelta del nuovo capo dell’esecutivo. La seconda, la più probabile, riguarda invece la contestazione che Ddeibah potrebbe avanzare sull’esito del voto del parlamento di Tobruk. Il primo ministro uscente sarebbe pronto ad appellarsi all’articolo 24 della Carta fondamentale provvisoria, secondo cui per sfiduciare un governo è necessario il voto di almeno due terzi del parlamento e non invece della maggioranza semplice, come avvenuto in questo martedì.

In entrambi i casi la Libia rischia nuovamente di entrare in una grave crisi istituzionale. Nella migliore delle ipotesi si avrebbe in carica un governo non più investito della fiducia del parlamento e dunque politicamente delegittimato. Nella peggiore, Tripoli andrebbe incontro a un vuoto di potere piuttosto delicato in vista delle elezioni del 24 dicembre. Non mancano già le reazioni interne. Il portavoce del Consiglio di Stato, una sorta di “Senato” stanziato a Tripoli e istituito con gli accordi di Skhirat del 2015, ha fatto sapere di ritenere nulla la votazione andata in scena a Tobruk. In Cirenaica invece diversi esponenti politici considerano terminata l’esperienza di Ddeibah.

Una brutta notizia per l’Italia

Roma sulla tenuta di Ddeibah e sul processo politico in grado di portare la Libia a nuove consultazioni ha investito molte carte. La prima visita istituzionale all’estero di Mario Draghi in qualità di presidente del consiglio era stata non a caso a Tripoli lo scorso aprile. In quell’occasione l’ex governatore della Bce aveva posto le basi per un dialogo con il governo libico su tutti i principali dossier che interessano le due sponde del Mediterraneo. A partire ovviamente da quello sull’immigrazione. Per l’Italia aver trovato un interlocutore unitario e in grado di essere investito da un’ampia fiducia parlamentare ha rappresentato una garanzia per i propri interessi. Adesso che a Tripoli si rischia lo stallo istituzionale, a Palazzo Chigi sta aleggiando lo spettro di una nuova paralisi nel dialogo con la Libia. Il vero problema sarebbe non avere più in Ddeibah un interlocutore unitario.

Roma potrebbe veder sorgere in tal senso nuove difficoltà. Non solo riguardo l’immigrazione, ma anche in relazione ai contratti commerciali messi sul piatto nei mesi scorsi. Il dialogo avviato con le nuove autorità libiche ha riguardato soprattutto il mercato energetico e la possibilità per molte imprese italiane di partecipare alla ricostruzione di alcune vitali opere infrastrutturali. L’impressione è che Roma, in attesa di capire gli sviluppi delle prossime ore, deve inventarsi alla svelta una nuova strategia. Circostanza non semplice. In una Libia divisa, il dialogo con uno specifico attore potrebbe portare a difficoltà nei rapporti con altre controparti. La sfiducia votata a Ddeibah, in poche parole, per l’Italia è una notizia a dir poco pessima.