Regge, seppur con qualche importante eccezione, la tregua a Tripoli. Il cessate il fuoco siglato a fine settembre sembra aver riportato un po’ di calma nella capitale libica, pur tuttavia il quadro in Libia appare in costante mutamento. In particolare, il leader del consiglio presidenziale e del governo voluto e riconosciuto dall’Onu, ossia Al Sarraj, appare sempre più isolato. Il suo ruolo a Tripoli, oltre che nell’intera Libia, è ogni giorno più ridimensionato e questo lo si nota dalle parole di Ghassan Salamè, l’inviato dell’Onu incaricato di seguire il dossier libico. Già durante gli scontri a Tripoli il rappresentante delle Nazioni Unite non ha risparmiato critiche dirette ad Al Serraj, evidenziando come per la comunità internazionale è inaccettabile assistere passivamente alla distruzione di Tripoli. Un modo come un altro, in “politichese”, per far intendere ad Al Serraj che forse anche dal palazzo di Vetro si inizia a pensare a delle alternative. 

Intervistato dalla tv Al Hayat, Salamè tuona nuovamente contro il governo di Tripoli, seppur indirettamente. L’inviato Onu infatti sottolinea alcuni elementi, che riguardano proprio la capitale libica, che preoccupano sia le Nazioni Unite che l’intera comunità internazionale. Il riferimento è soprattutto a due constatazioni: l’infiltrazione di terroristi a Tripoli ed il ruolo sempre più preponderante delle milizie.

Il rischio di infiltrazioni jihadiste a Tripoli

Salamè appare abbastanza esplicito quando parla di pericolo terrorismo, non lasciando nulla di intentato: “Sono preoccupato – dichiara per l’appunto ad Al Hayat – Per l’arrivo a Tripoli di soggetti noti per avere simpatie verso l’Isis o verso Al Qaeda”. Salamè si dice sicuro che molti jihadisti stanno approfittando del caos in città per insinuarsi nei quartieri più difficili ed all’interno delle milizie che controllano la capitale. Dopo essersi riorganizzate nel sud del paese, le cellule jihadiste sarebbero già entrate a Tripoli e sono di nuovo pronte a colpire. Del resto, l’attentato contro la Noc, l’azienda libica del petrolio, è stato attribuito all’Isis e sarebbe indice della volontà dei fondamentalisti di  scatenare un’ulteriore offensiva per vendicarsi delle sconfitte subite due anni fa a Sirte. 

Secondo l’inviato dell’Onu una buona parte delle responsabilità è da attribuire al governo di Al Serraj, reo di non aver saputo frenare del tutto la riorganizzazione dell’Isis e di Al Qaeda e di non aver, soprattutto, fatto nulla per disarmare la popolazione. “Se il terrorismo torna a prosperare – dichiara infatti Salamè – Lo si deve anche al fatto che in Libia circolano troppe armi. Su una popolazione di poco più di sette milioni di abitanti, in giro per il paese ci sono almeno 15 milioni di armi”. 

Il ruolo delle milizie a Tripoli

Sotto accusa, come detto, anche il ruolo dei gruppi che controllano Tripoli e che nei giorni scorsi hanno causato gli scontri che hanno messo in allarme la comunità internazionale. Anche in questo caso, Salamè punta il dito contro Al Serraj: “Da cinque anni – afferma l’inviato Onu – Ci sono almeno 200mila miliziani che vengono stipendiati dallo Stato come appartenenti agli organi di sicurezza, ma che in realtà ricevono ordini dai propri capi milizia”. Il riferimento è dunque a quei gruppi, alcuni dei quali sospettati di simpatie islamiste, che formalmente ed ufficialmente lavorano per il ministero dell’Interno di Tripoli, ma che in realtà curano unicamente i propri interessi. Anche nei recenti scontri interni alla capitale libica, diversi gruppi di miliziani hanno combattuto accreditati quali difensori della città e del governo di Al Serraj, ma sul campo hanno agito unicamente per consolidare le proprie posizioni assunte da diverso tempo nei vari quartieri di Tripoli. 

Salamè critica l’enorme sperpero di denaro che confluisce nelle casse di fazioni che rappresentano soltanto il proprio gruppo, la propria tribù od il proprio quartiere. Una situazione questa che contribuisce ad alimentare caos ed a disegnare una Libia sempre più frazionata ed in preda ad interessi particolari. Per tal motivo, l’inviato Onu esorta Tripoli a creare vere forze regolari di sicurezza, al fine di garantire soprattutto l’incolumità dei civili.

Un messaggio per Al Serraj

Nulla avviene per caso, specie in un medio oriente in preda a conflitti e tensioni di varia natura e di vario genere. Salamè, pur centrando alcuni problemi vitali per il futuro della Libia ed oggettivamente riscontrabili sul campo, non afferma però nulla di nuovo. Si tratta soltanto di una tardiva presa di coscienza, da parte delle istituzioni dell’Onu, di quanto avviene nelle realtà dal 2011. Si sa da tempo che il terrorismo non ha mai abbandonato la Libia, con le bandiere nere dell’Isis ammainate da Sirte nell’estate del 2016 ma ricomparse nel sud del paese. Così come, ben si sa che in Tripolitania non esiste alcun governo capace di avere presa sul territorio e di costituire, a sua difesa, un vero e proprio esercito. Già nel 2016 è ben nota la circostanza secondo cui Al Serraj si serve delle milizie pagate dal suo governo, ma mai integrate in una qualsivoglia forza di sicurezza. La battaglia contro l’Isis a Sirte, ad esempio, è stata condotta dalle milizie di Misurata falsamente indicate come “esercito del governo di unità nazionale”. 

Il fatto che solo adesso Salamè punti il dito contro questi problemi, sembra essere un mero segnale rivolto proprio ad Al Serraj. Ancora una volta, l’uomo delle Nazioni Unite scelto per il dossier libico vuole indicare al leader di quel che resta del governo di Tripoli che il tempo sta per scadere. Le lancette dell’orologio corrono e, tra un Haftar che scalpita e spera a breve di bussare alle porte della capitale, e tra anche i recenti sviluppi internazionali che vedono i principali attori nuovamente interessati alla Libia, dal palazzo di Vetro si vuole sollecitare Al Serraj a prendere determinate iniziative. Diversamente, proprio coloro che lo hanno piazzato (ed imposto) a Tripoli lo rimuoveranno. Il fatto che queste dichiarazioni e questi movimenti sul fronte diplomatico e mediatico arrivino a poche settimane dal vertice di Palermo, forse non è proprio casuale.