Sono ore cruciali per il Libano: il paese dei cedri è alle prese con le proteste iniziate lo scorso 17 ottobre, martedì il premier Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni, a livello istituzionale la situazione appare precaria specialmente in un contesto dove l’ultimo governo si è formato dopo nove mesi di consultazioni. A livello economico poi, le proteste di certo non hanno aiutato: l’esercito è dovuto intervenire per rimuovere i blocchi stradali e far arrivare almeno medicine e rifornimenti di cibo nelle città, soprattutto a Beirut. Ci si chiede adesso quali sono le prospettive future.

Gli scenari del post Hariri

I manifestanti hanno visto nelle dimissioni del premier Saad Hariri una loro prima vittoria, ma di certo non un motivo per sedare le proteste. Quello che chiedono è la convocazione di nuove elezioni, al fine di dare vita ad un nuovo parlamento nella speranza di colpire l’attuale classe politica. Ma da questo punto di vista non sembra esserci una certa predisposizione sia di molte delle forze politiche presenti nell’attuale parlamento, sia del presidente della repubblica Michael Aoun. Per cui, costituzione alla mano, il capo dello Stato ha due opportunità prima di giungere all’extrema ratio del voto anticipato: ridare l’incarico ad Hariri, con il fine di installare un governo tecnico, oppure scegliere un altro premier. In entrambi i casi, la soluzione non è a portata.

Ed anche le nuove elezioni, non saranno immediate. C’è chi parla di un governo volto a traghettare il paese alle nuove consultazioni, chi invece il mantenimento dell’attuale solo per l’ordinaria amministrazione anche se senza Hariri. Di certo una soluzione istituzionale va trovata ed anche in fretta, il rischio è che una fase di stallo metta in discussione i già fragili equilibri del puzzle politico e sociale libanese.

Il rischio di maggiori destabilizzazioni

Contrari ad ogni ipotesi su nuove elezioni sono gli sciiti di Hezbollah: la formazione guidata da Hasan Nasrallah, non vede di buon occhio la convocazione di nuove consultazioni, così come già non ha considerato positivamente le dimissioni del premier Hariri. Proprio nella giornata di martedì, a poche ore dall’annuncio ufficiale della fine del governo Hariri, militanti sciiti degli Hezbollah a Beirut si sono scontrati con alcuni manifestanti. In particolare, sono stati attaccati gazebo e postazioni dove da giorni sono situati i presidi di coloro che il 17 ottobre hanno iniziato i blocchi stradali. I vertici degli Hezbollah, a partire dal leader Nasrallah, nei giorni scorsi hanno espresso timori per possibili vuoti istituzionali, ritenuti come il primo passo verso nuove situazioni di grave tensione.

E se da un punto di vista politico la situazione appare complicata, non va meglio sotto il profilo economico e sociale. Come detto, i blocchi stradali hanno causato la fine delle scorte di cibo e beni di prima necessità, per giorni le farmacie in alcuni quartieri della capitale sono rimaste chiuse, saracinesche abbassate anche per le banche che a giorni, in qualche modo, dovranno erogare gli stipendi. Tutti elementi questi che fanno del Libano una polveriera, l’ennesima in grado potenzialmente di infiammare l’intero Medio oriente.

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