Quella libanese era stata, fino a pochi giorni fa, una protesta sì dura ma senza picchi importanti di violenza. A Beirut, così come nelle più importanti città del paese dei cedri, da quando sono iniziate le manifestazioni ci sono sì stati degli scontri con dei feriti, ma per le strade e per le piazze non si era mai arrivati alla guerriglia. Domenica sera invece, qualcosa di diverso è accaduto. Soprattutto nella capitale dove, tanto in centro quanto in periferia, sono apparse barricate e la Polizia è stata costretta a dure cariche contro i manifestanti. Ed a fine giornata, il bilancio è risultato molto pesante: ben 400 feriti, alcuni gravi.

La nuova fase delle manifestazioni

Banche assaltate, pneumatici in fiamme, sassaiola contro le forze dell’ordine, in Libano la situazione sembra essere improvvisamente sfuggita dalle mani. La tensione, da ottobre in poi, non è mai diminuita ma nelle ultime settimane è sembrato che l’intensità delle manifestazioni fosse calata. L’improvvisa comparsa di violenze e scontri, ha preso alla sprovvista in primis le autorità. I manifestanti, è l’ipotesi maggiormente presa in considerazione a Beirut in queste ore, potrebbero aver deciso di alzare il tiro e far sentire in modo più energico le proprie ragioni visto lo stallo che imperversa sul paese da oramai quasi tre mesi. Da quando cioè, lo scorso 29 ottobre, il premier Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni proprio per le proteste sorte qualche settimana prima.

A confermare l’inizio di una possibile “fase due” nelle manifestazioni in corso in Libano, anche alcuni attivisti intervistati dall’inviato a Beirut del Corriera della Sera, Lorenzo Cremonesi: “Stiamo entrando in una nuova fase delle rivolte. Più dura, più cruenta”, ha dichiarato uno dei manifestanti. Potrebbe essere questo il segnale di una svolta all’interno della crisi libanese. Anche perché, nelle ore successive alle prime violenze di domenica, gli scontri sono andati avanti. Lunedì sera a Beirut sono state segnalate altre scene di vera e propria guerriglia urbana, con manifestanti e membri delle forze dell’ordine oramai sempre più spesso arrivati al muro contro muro. Ed il presidente Michelle Aoun potrebbe chiedere nei prossimi giorni anche l’intervento dell’esercito.

Prosegue lo stallo politico

A complicare il quadro è ovviamente anche la situazione politica, con il Libano attualmente ancora senza governo nonostante le dimissioni di Hariri siano arrivate ad ottobre e lo scorso 19 dicembre Hassan Diab abbia ricevuto l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Tuttavia, l’attuale difficoltà politica era ben prevista all’indomani del dietrofront di Hariri. Formare un governo in Libano non è affatto un’impresa semplice, sia per la frammentazione politica interna al parlamento e sia soprattutto per il delicato equilibrio da mantenere tra le varie comunità che compongono il paese dei cedri. Una legge non scritta da anni impone che il primo ministro deve essere sunnita, il presidente della Repubblica cristiano maronita, mentre il presidente del parlamento sciita. Questo ha implicazioni molto importanti anche sui tempi di formazione di un nuovo esecutivo.

Hassan Diab vorrebbe un governo composto da 18 ministri, per dare subito alla popolazione l’idea della volontà di abbattere i costi della politica e snellire la macchina burocratico/amministrativa. Ma i partiti con i quali sono state avviate le consultazioni, vorrebbero invece almeno 20 ministri per dare modo a tutti di mantenere la propria quota rappresentativa. E così, è nata una delicata fase di contrattazione al momento ferma in un vicolo cieco. Il premier incaricato vorrebbe accelerare le trattative per arrivare presto al nuovo governo, ma tutto appare per adesso in alto mare.

Ma l’eventuale costituzione di una nuova compagine governativa, non ridimensionerebbe comunque la portate delle proteste di piazza. I manifestanti non hanno ben accolto la nomina di Diab, considerato non così lontano da quel sistema politico che vorrebbero invece cacciare dai palazzi del potere di Beirut. Il desiderio della gran parte degli attivisti è quello di avere un governo tecnico in grado di superare le divisioni settarie e, contestualmente, avviare le riforme economiche vitali per ridare linfa all’economia. Un’aspirazione però ben lungi dall’essere assecondata. E lo spettro di una più forte contrapposizione tra manifestanti ed autorità potrebbe dunque farsi sempre più concreto.

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