Le violenze degli ultimi giorni a Beirut hanno forse accelerato la formazione del nuovo governo. In Libano, come si sa, dallo scorso mese di ottobre sono in atto importanti proteste che hanno messo nel mirino l’intera classe politica del paese dei cedri. A far scattare la molla che ha portato poi in piazza migliaia di manifestanti, è stata l’introduzione della tassa sulle chat istantanee. Ma questo ha rappresentato semplicemente la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nei giorni precedenti infatti, si era deciso per l’aumento dei prezzi della benzina e dei beni di prima necessità e questo ha trasformato un Libano già alle prese con una grave crisi economica in un’autentica polveriera. Le proteste erano state, fino a pochi giorni fa, complessivamente pacifiche. Domenica invece, per la prima volta barricate e scontri con la Polizia hanno fatto la loro comparsa, nella sola Beirut sono stati contati almeno 400 feriti. Da qui, molto probabilmente, l’accelerazione impressa soprattutto dal presidente della Repubblica, Michelle Aoun, per la nascita di un nuovo esecutivo.

Il nuovo governo libanese

Le proteste ad ottobre avevano provocato un primo terremoto politico, con le dimissioni dell’allora premier Saad Hariri. Per almeno due mesi, nei palazzi del potere di Beirut ha regnato lo stallo: nessuna consultazione per la formazione di un nuovo governo, nessuna indicazione sulla nascita di un nuovo esecutivo. Una paralisi politica che è ben presto diventata anche amministrativa, la quale non ha fatto altro che acuire la crisi economica in atto nel paese dei cedri. Il 19 dicembre scorso, si è avuta una prima svolta: in particolare, il presidente della Repubblica ha incaricato l’ex ministro dell’istruzione Hassad Diab a formare il governo. Il parlamento ha approvato l’incarico con 69 voti su 128, numeri che indicano la nascita sì di una maggioranza ma non di un esecutivo di “unità nazionale” come lo era quello di Hariri.

E questo, sin da subito, ha rappresentato un dettaglio non di poco conto. In Libano infatti il governo ha sempre rispecchiato la necessità di garantire determinati equilibri politici e sociali, in grado di dare adeguata rappresentanza a tutte le comunità che compongono il paese. Secondo una legge non scritta, il premier deve essere sunnita, mentre il presidente cristiano ed il presidente del parlamento sciita. Anche per questo motivo, nel paese la tendenza è sempre stata quella di creare governo che potesse garantire a tutti un’adeguata rappresentanza. Dai partiti sunniti a quello sciiti, passando per le formazioni cristiane e druse, le ultime compagini governative sono sempre state il risultato di delicate contrattazioni volte a preservare gli equilibri. Per questo, quando il governo di Diab è nato con il voto favorevole di solo poco più della metà dei parlamentari, sono sorti numerosi dubbi.

Alla fine però, a poco più di un mese dal conferimento dell’incarico, è stato dato definitivo via libera al nuovo governo. Venti ministri, tra cui sei donne e, tra queste, spicca la nomina di Zeina Akar quale ministro della difesa e vice premier. Il primo ministro adesso promette attenzione alle aspettative della piazza: “Questo è un governo che esprime le aspirazioni dei manifestanti mobilitati in tutto il Paese da oltre tre mesi”, ha assicurato Hassan Diab. Ma tra chi ha alzato le barricate nei giorni scorsi a Beirut, a regnare in queste ore è stato solo lo scetticismo. In pochi credono nella bontà dell’azione politica di Diab, vista per adesso come il disperato tentativo dell’establishment di ingraziarsi la folla.

Un governo che “pende” verso Hezbollah

Ma ciò che più risalta agli occhi al momento, è il posizionamento del nuovo esecutivo. Come detto, il governo Diab è nato grazie a quello che ha tutta l’aria di un vero e proprio accordo di maggioranza. E, come tale, c’è chi da questo patto è rimasto fuori. Quegli equilibri così delicati in nome dei quali spesso in passato sono stati creati governi anche con più di 30 ministri, potrebbe essere stati in qualche modo messi in discussione. A pesare, sotto questo profilo, è un paradosso sottolineato già nel momento della nomina di Diab: il nuovo premier è sì sunnita, rispecchiando dunque la legge non scritta sulla suddivisione delle cariche, ma è molto più vicino agli sciiti ed ai cristiani. Soltanto 5 deputati sunniti hanno appoggiato la sua nomina.

Il partito di Hariri, uno dei più grandi tra i sunniti, è rimasto fuori dagli accordi. Così come anche quello druso di Jumblatt. Ciò che si profila a Beirut quindi, è l’entrata in carica di un governo più vicino agli sciiti e, in particolar modo, al movimento degli Hezbollah. Di fatto, il Libano oggi si è risvegliato governato da forze considerate più vicine a Teheran e con i partiti filo sauditi e filo occidentali fuori dalla maggioranza. Non certo un fatto secondario in un momento, quale quello di queste settimane, in cui lo scontro tra filo iraniani e filo occidentali nella regione ha raggiunto livelli molto important, specie dopo l’uccisione del generale Soleimani. 

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