In Libano la protesta non si è spenta, ma in un certo qual modo la spinta della piazza è apparsa negli ultimi giorni meno forte delle prime settimane. Anche perché,anche gli stessi manifestanti non hanno voglia di far attraversare ai cittadini ulteriori disagi dovuti a blocchi stradali ed occupazioni. La ripresa delle scuole, la riapertura di banche e farmacie ha ridato un po’ di fiato al Paese dei cedri, ma le rivendicazioni da parte dell’opinione pubblica non sono cessate e, contestualmente, anche lo stallo politico non ha trovato al momento vie d’uscita.

Hariri aspira ad essere successore di sé stesso

L’Italia forse in questo caso ha fatto scuola: subito dopo le dimissioni, il premier uscente ha dato la propria disponibilità a guidare un nuovo esecutivo, questa volta però diverso dal primo e composto solo da tecnici. Saad Hariri, che dopo 13 giorni di proteste ha deciso lo scorso 29 ottobre di lasciare l’incarico di capo dell’esecutivo, ha fatto intendere di essere rimasto a Beirut per avere tra le mani la possibilità di formare un nuovo governo. Hariri, nell’annunciare le proprie dimissioni, ha parlato a fine ottobre di vicolo cieco in cui è piombato il Libano da cui è necessario uscirne quanto prima. Ed è per questo dunque che ha rimesso l’incarico.

Così facendo, ha sposato la causa dei manifestanti in primo luogo perché ha ammesso le difficoltà ad effettuare le riforme richieste e perché, allo stesso tempo, così facendo ha dato legittimità alle stesse richieste provenienti dalla piazza. Ecco perché adesso Hariri si sente nella posizione di poter chiedere al presidente, il cristiano maronita Michael Aoun, il nuovo incarico. La proposta che è arrivata dall’ex capo dell’esecutivo, contempla la possibilità di guidare un governo tecnico, formato solo da personalità insospettabili ed in grado di traghettare il Libano verso nuove elezioni. La richiesta di un nuovo voto del resto è una delle più importanti lanciate da una piazza che però, come ha sottolineato l’inviato di Repubblica Alberto Stabile, ancora non ha trovato una leadership e né tanto meno è stata capace di strutturarsi.

Aoun prende tempo

E dal canto suo però, il presidente libanese ancora non ha deciso cosa fare. E, cosa forse ancora più grave ed indicativa, non ha nemmeno avviato le consultazioni con i leader dei partiti. Dunque, a Beirut è tutto fermo e lo stallo è l’unico elemento ben visibile e rimarcato mentre, come detto in precedenza, le manifestazioni non hanno mai cessato di coinvolgere tanto la capitale quanto le principali città del paese. Nelle scorse ore a scendere in strada sono stati gli studenti, i quali nei giorni scorsi sono potuti ritornare a scuola dopo circa due settimane di chiusura degli istituti.

Il fatto che Aoun ancora non ha deciso di avviare formalmente il cammino verso la risoluzione della crisi politica, ben può far capire la delicatezza del momento in Libano. C’è chi da un governo tecnico potrebbe solo perderci, c’è chi, come ad esempio gli Hezbollah, hanno più volte denunciato che nuove elezioni farebbero compiere un salto nel vuoto al paese, preferendo quindi il mantenimento dello status quo, c’è chi ancora ha suggerito, sia tra i cristiani che tra i sunniti, di nominare un nuovo esecutivo solo parzialmente tecnico. Tanti nodi per tanti equilibri molto delicati da intaccare. Ed in tal modo, lo stallo tutto libanese potrebbe prolungarsi per ancora molto tempo.