Adesso il Libano conta la prima vittima delle manifestazioni che ormai da un mese paralizzano il paese. Per la verità, nei primi giorni di protesta due operai siriani sono morti a Beirut ma per un incendio appiccato ad un ponteggio di uno stabile in cui lavoravano. Mercoledì invece, si è avuto la prima vittima diretta delle manifestazioni. Si tratta di Alaa Abu Fakhr, esponente del Partito Socialista Progressista: 38 anni, il giovane politico era membro del Consiglio municipale di Choueifat, cittadina a sud di Beirut. Fakhr è rimasto vittima di un tentativo da parte dell’esercito di rimuovere un blocco stradale nella località di Khaldeh. L’episodio ha fatto ovviamente crescere la tensione in tutto il paese.

Quelle dichiarazioni di Aoun che hanno infiammato la piazza

Ma la morte di Fakhr è possibile a sua volta iscriverla nella nuova spirale di tensione divampata a seguito di un’intervista rilasciata dal presidente della repubblica libanese, Michael Aoun. Quest’ultimo, nella serata di martedì, ha mostrato insofferenza nei confronti dei manifestanti dopo che, per circa un mese, ha sempre assecondato le richieste. In televisione, il capo dello Stato invece ha invitato chi ancora protestava a tornare a casa in questo “le richieste sono state ascoltate”. Aoun ha improvvisamente vestito i panni di chi, dopo aver atteso a lungo delle svolte sia a livello politico che tra gli stessi manifestanti, ha perso la pazienza ed ora aspetta un repentino ritorno alla normalità. Un atteggiamento che ha ottenuto un risultato diametralmente opposto a quello auspicato dal presidente: i manifestanti hanno nuovamente innalzato barricate, imposto blocchi stradali e, ora dopo ora, tra martedì e mercoledì la mobilitazione è tornata ad aumentare.

Ed è in questo contesto che è arrivata la notizia della prima vittima diretta delle manifestazioni. Fakhr ha infatti, assieme ad altri manifestanti, partecipato ai nuovi blocchi stradali organizzati dopo le dichiarazioni di Aoun. L’esercito in quel caso ha provato subito ad eliminare le barricate e questa volta, rispetto alle altre simili circostanze delle settimane passate, purtroppo c’è scappato il morto. Adesso in tutto il Libano le mobilitazioni sono destinate a crescere, assieme ad una tensione che sta lasciando presagire nulla di buono.

Il ruolo di Saad Hariri

Uno scenario, quello attuale libanese, in cui non stanno mancando certo i paradossi. Saad Hariri, premier alla guida di un governo che comprende tutte le principali componenti religiose del paese dei cedri, si è dimesso il 28 ottobre scorso proprio per il divampare della protesta. Sembrava l’unico capo espiatorio, l’unico indiziato per una crisi di cui certamente il premier non è unico responsabile. Ed invece, adesso Hariri si è trasformato nell’unico candidato a succedere a sé stesso. Tutte le forze politiche lo appoggiano, seppur da prospettive e punti di vista diversi. C’è chi infatti, a partire dal presidente Aoun, lo vorrebbe a capo di un esecutivo formato sia da tecnici che da politici. Poi c’è chi, come gli Hezbollah, che invece chiedono di evitare cambiamenti interni allo status quo in quanto il Libano non sarebbe pronto a superare gli attuali delicati equilibri istituzionali.

Hariri invece, supportato da chi sta appoggiando la protesta, vorrebbe guidare un governo di soli tecnici. Un modo per venire incontro alle richieste dei manifestanti, non a caso difesi dall’uscente (e probabile rientrante) premier. Saad Hariri ha infatti richiesto alle forze di sicurezza ed all’esercito di proteggere i manifestanti e garantire loro la possibilità di protestare pacificamente. Il problema reale adesso è capire come uscire dall’impasse: tutti concordano con la conferma di Hariri, ma stanno emergendo contrapposizioni circa la composizione del futuro esecutivo. Intanto però, il capo dello Stato non ha nemmeno avviato le formali consultazioni per la formazione del governo e tutto resta per adesso inesorabilmente fermo.

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