Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, la democrazia irachena ha vissuto delle fasi molto altalenanti, principalmente a causa delle divisione dei poteri che è stata impostata per permettere a tutte le etnie e le religioni del Paese di essere rappresentate. Tale formazione ha reso però estremamente instabile soprattutto il Parlamento dell’Iraq, con la situazione che è degenerata soprattutto da un paio di anni a questa parte quando gli scandali pubblici hanno portato alla luce un sistema clientelare che ha impattato sull’opinione pubblica. Questa pratica – insieme alle instabilità causate dalle ingerenze estere e dalle problematiche sociali interne – ha portato ad una stagione di proteste che negli ultimi sei mesi ha già causato vari cambi al vertice; con l’ultimo governo che è riuscito ad instaurarsi – parzialmente – nella notte tra mercoledì 6 e giovedì 7 maggio.

Un governo claudicante

Il nuovo governo del Paese, guidato dall’ex vertice dei servizi di spionaggio Mustafa Al-Kadhimi, si instaura in periodo particolarmente difficile per l’Iraq, non soltanto atterrato dalla crisi pandemica ma anche da difficili scenari di convivenza interna. Non è un caso infatti che la nascita della sua squadra di governo sia frutto di un lungo periodo di trattative, culminata con la nomina di soltanto 15 dei 22 ministeri programmati e dovendo tenere conto delle richieste della quasi totalità dei partiti iracheni. E in questo scenario, la sensazione è che quella che si troverà davanti Al-Kadhimi sarà una vera e propria sfida, composta in buona parte da trattative internazionali con il vicino Iran e di accordi con le forza alleate di Washington.

L’obiettivo è salvare l’economia

I lungi mesi di stallo politico e di rivolte sociali hanno distrutto il panorama economico dell’Iraq. Gli scioperi di massa che hanno portato ingenti danni alle filiere locali, il tracollo del prezzo del petrolio che ha dimezzato le entrate del Paese e la crisi causata dal coronavirus non sono che la punta dell’iceberg dei problemi che deve affrontare il nuovo governo di Baghdad. Assieme a loro, anche il rischio costante di una rinascita pericolosa dello Stato islamico e la paura che la vicina Teheran possa aizzare da un momento all’altro la componente sciita dell’Iraq, provocando nuove ondate di proteste difficili da controllare.

Il primo punto all’ordine del giorno, dunque, sarà quello di dare per quanto possibile impulso all’economia del Paese, nel tentativo di ribaltare una tendenza decrescente che la popolazione irachena conosce ormai troppo bene; per fare questo, saranno necessarie ingenti misure. Il problema risiede nel fatto che i lunghi anni di crisi hanno svuotato le casse del Paese e cercare una soluzione – che al tempo stesso metta d’accordo tutte le forze parlamentari – ora come ora più che una speranza appare una vera e propria impresa.

Gli Stati Uniti hanno chiuso un occhio…

Un assist importante al governo iracheno è stato concesso da un inaspettato alleato, gli Stati Uniti, che hanno appoggiato la possibilità di estendere per altri 120 giorni la durata delle forniture elettriche che il Paese può comprare dall’Iran, nonostante gli embarghi internazionali. Questa decisione ha reso più semplice dunque il dialogo con le forze sciite filo-iraniane, che si sono ritrovate maggiormente favorevoli ad un accordo che potesse dare il via al governo dell’Iraq. Tuttavia, anche in questo caso si tratta semplicemente di una soluzione transitoria, col medesimo problema che potrebbe riproporsi già sul finire del mese di agosto.

… ma l’Iran farà lo stesso?

Dopo aver ottenuto il lasciapassare da Washington, il panno adesso passa a Teheran. Dopo l’accordo di governo, è verosimile pensare come anche le volontà iraniane siano state momentaneamente messe da parte, nell’attesa di sviluppi internazionali dopo la difficile situazione globale di questi ultimi mesi. Tuttavia, il termine di scadenza di 120 giorni lascia già pensare a poche settimane di tregua prima che le volontà dell’Iran tornino a farsi sentire, col rischio di una nuova escalation di tensioni qualora le sue richieste possano non essere assecondate. E con esso, anche la vita del governo di Al-Kadhimi sembra davvero essere incerta e appesa ad un filo.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME