Adel Abdul Mahdi è la seconda “vittima” politica delle proteste in corso in questi mesi nel mondo arabo: dopo infatti le dimissioni, arrivate il mese scorso, del premier libanese Saad Hariri, da Baghdad nelle scorse ore è arrivata la notizia delle dimissioni per l’appunto del primo ministro iracheno Mahdi. Il tutto a seguito di una nuova ondata di proteste negli ultimi giorni, che avevano fatto perdere a Mahdi anche il sostegno dell’ayatollah Al Sistani, una delle autorità religiosi più influenti dell’Iraq.

Le dimissioni al culmine dell’ondata di proteste

L’Iraq è scosso da manifestazioni e scontri già dallo scorso settembre. A scendere in piazza è stata soprattutto la popolazione sciita, la quale rappresenta la maggioranza del paese. Infatti le città più coinvolte dall’ondata di proteste, sono quelle meridionali: da Bassora a Najaf, da Nassirya a Kerbala, gran parte dei centri a maggioranza sciita hanno visto l’avvicendarsi di decine di manifestanti. Proteste che sono ovviamente arrivate anche a Baghdad, nella capitale. Ed è stato a quel punto che in tutto il paese si è iniziato a contare i morti: le forze di sicurezza in più occasioni hanno aperto il fuoco, lasciando per strada più di cento vittime, tra queste anche alcuni membri della Polizia. Un clima rovente alimentato soprattutto dalle condizioni economiche precarie in cui buona parte della popolazione vive anche in quei punti, come il sud dell’Iraq, non toccati direttamente dalla recente guerra contro l’Isis. Mancanza dei servizi più basilari, assenza di prospettive di lavoro e condizioni di vita estreme hanno fatto sì che la popolazione iniziasse vigorose proteste soprattutto contro il governo.

Mahdi dunque, in carica da un anno, è stato in qualche modo il capo espiatorio della situazione. Lui, posto nel ruolo di premier grazie all’accordo tra due dei principali partiti sciiti in parlamento, ossia quello di Moqtad Al Sadr e quello denominato “Fatah” considerato vicino alle milizie anti Isis, fino al mese scorso rappresentava il giusto compromesso. Né con l’Iran, né con gli Usa e soprattutto una lunga esperienza politica alla spalle a garanzia del mantenimento degli accordi. Le proteste però lo hanno inevitabilmente travolto. È a lui che è stata addebitata la responsabilità delle repressioni e dei morti di questi giorni, oltre che di una situazione considerata oramai generalmente compromessa.

A nulla sono valse le liberazioni di alcuni manifestanti posti in carcere negli ultimi giorni, un gesto con il quale Mahdi voleva dimostrare la buona volontà di venire incontro ai gruppi in protesta. La situazione è infatti precipitata proprio nelle scorse ore: a Najaf, in particolare, alcuni manifestanti hanno assaltato il locale consolato iraniano, un gesto molto grave specie in una regione a maggioranza sciita. Contemporaneamente, a Nassirya un’ennesima manifestazione è degenerata nel sangue con l’uccisione di almeno 10 persone. Una situazione che ha spinto l’ayatollah Al Sistani, massima autorità religiosa sciita in Iraq, a chiedere al parlamento di sfiduciare Mahdi. E prima che lo potesse fare nei prossimi giorni la Camera, l’oramai ex premier ha deciso di anticipare i tempi presentando lui le dimissioni ai parlamentari.

Gli scenari

Mahdi era salito al potere dopo trattative lunghe diversi mesi tra le varie forze politiche. Pensare dunque che in breve tempo l’Iraq possa avere un nuovo premier ed un nuovo governo appare alquanto illusorio. Due sono gli scenari che si prospettano da qui alle prossime settimane. Il primo è molto simile a quello attualmente in corso in Libano, ossia il “congelamento” de facto delle dimissioni del primo ministro e del governo in attesa che si trovi la quadra politica per annunciare un nuovo capo dell’esecutivo. A Beirut, come a Baghdad, occorre fare i conti con la ripartizione del potere tra le varie anime del paese e dunque non è affatto semplice rimettere in breve tempo in orine i vari tasselli.

Il secondo scenario invece, potrebbe riguardare il via libera a nuove elezioni. In tal modo a passare sarebbe la linea di Moqtada Al Sadr, il quale sin dal primo giorno ha appoggiato le richieste dei manifestanti ed ha invocato la fine anticipata della legislatura nata con le elezioni del 2018. Una mossa non condivisa dagli sciiti di Fatah, molto vicini all’Iran. Ed è da Teheran che in queste ore giungono le maggiori preoccupazioni: il timore è di vedere in Iraq l’insorgere di forze di governo, anche all’interno del campo sciita, non più vicine all’Iran. Per prevenire questa evenienza, nei giorni scorsi si è parlato della presenza a Baghdad del generale iraniano Soleimani.

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