A quasi due mesi dalla morte del generale iraniano Qasem Soleimani, nello scacchiere mediorientale inizia a delinearsi un quadro delle conseguenze della sua uccisione – avvenuta il 3 gennaio per mano americana.

In Iraq, in particolare, il raid statunitense avrebbe spianato la strada all’intervento di Hezbollah. Eliminati i due vertici delle milizie sciite irachene – il generale Soleimani e Abu Mahdi Al Muhandis, vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare -, infatti, l’incarico di guidare le forze paramilitari – spesso divise tra loro – è stato affidato allo “sceicco” Mohammad Al Kawtharani.

Mohammad Al Kawtharani

Già rappresentante di Hezbollah in Iraq e braccio destro di Soleimani, lo “sceicco” viene descritto come una figura molto vicina al popolo iracheno. “Nato a Najaf, ha vissuto in Iraq per decenni e parla il dialetto iracheno” – ha riferito una fonte informata sui fatti – “Ha molti contatti tra i gruppi sciiti e Soleimani si fidava di lui; chiedeva spesso il suo aiuto nelle questioni riguardanti Baghdad”.

Al Kawtharani avrebbe assunto la guida delle milizie sciite irachene subito dopo la morte di Soleimani e ne rimarrà a capo fino alla nomina del nuovo leader della Forza Quds – le forze speciali iraniane responsabili delle operazioni all’estero.

Durante il suo mandato, lo “sceicco” ha lavorato all’elaborazione di un piano politico comune a tutti i gruppi sciiti iracheni, allo scopo di contenere le proteste popolari contro l’establishment iracheno e contribuire alla formazione di un esecutivo approvato dalla fazione sciita.

Una strategia che avrebbe già cominciato a dare i suoi frutti, portando, in poco tempo, alla nomina di Mohammed Tawfiq Allawi a primo ministro (1 febbraio): un’elezione accolta favorevolmente dall’Iran, ma osteggiata dal popolo iracheno.

Il ruolo di Hezbollah in Iraq

La “questione irachena” è di primaria importanza per Hezbollah, al punto che l’incarico di Al Kawtharani verrebbe costantemente monitorato dal leader dell’organizzazione libanese, Hassan Nasrallah.

L’obiettivo di Nasrallah – condiviso da Teheran – sarebbe l’espulsione definitiva di tutte le forze statunitensi dall’Iraq e, più in generale, dal Medio Oriente. Colmando il vuoto lasciato da Soleimani e sfruttando il suo lavoro in Iraq – il generale iraniano era riuscito ad addentrarsi nel cuore della crisi irachena – dunque, Hezbollah avrebbe ottenuto l’opportunità di realizzare il suo scopo, agendo dall’interno.

In questo progetto, un ruolo di primo piano viene svolto dalle milizie sciite irachene, uno strumento fondamentale per accrescere l’influenza di Hezbollah e dell’Iran nel Paese mediorientale. Per anni, infatti, Hezbollah ha aiutato Soleimani ad addestrare i gruppi sciiti paramilitari sia in Iraq che in Siria. Tra il 2014 e il 2018 almeno 500 militari specializzati sarebbero stati mandati in Iraq per formare le Forze di Mobilitazione Popolare nella guerra contro lo Stato islamico.

Un nuovo attore regionale

Il coinvolgimento di Hezbollah in Iraq è un importante segno delle sue mire espansionistiche in Medio Oriente. Negli ultimi anni, Hezbollah è riuscito a migliorare le sue capacità operative, trasformandosi da un’organizzazione nazionale a un vero e proprio attore regionale.

A contribuire alla sua evoluzione è stata, in particolare, la guerra civile siriana, nella quale Hezbollah si è contraddistinto per essere uno dei fattori chiave che hanno condotto alla vittoria il presidente Bashar Al Assad. Dal conflitto siriano l’organizzazione libanese ha ottenuto numerosi vantaggi, in particolare, una maggiore esperienza sul campo e un miglioramento tecnico del personale e degli apparati militari. Infine, proprio la partecipazione alla guerra in Siria avrebbe garantito a Hezbollah una presenza sia in Iraq che in Yemen, nonché gli strumenti per renderla permanente.