Dopo l’esplosione dell’epidemia nel confinante Iran, in Iraq si sta prendendo molto sul serio la possibilità di un’estensione dei contagi da coronavirus anche all’interno del proprio territorio. E questo perché le autorità di Baghdad sono ben consapevoli di come, in caso di emergenza, le proprie strutture sanitarie non avrebbero i mezzi per fronteggiare la situazione. In alcune province del sud negli ospedali a volte mancano anche gli strumenti più basilari: le guerre, la corruzione e la crisi economica ha impedito all’Iraq di ricostituire una rete sanitaria nazionale che rispecchi almeno gli standard sufficienti. La paura di nuovi contagi è così alta che anche le stesse manifestazioni contro la classe politica, che vanno avanti da ottobre, adesso potrebbero lasciare il passo alla necessità di contenere il virus.

Stop alle manifestazioni

Per adesso le autorità irachene hanno conteggiato cinque casi di infezione accertata da coronavirus. Il “paziente zero” è stato individuato nei giorni scorsi nella città di Najaf: si tratta, in particolare, di uno studente religioso sciita che era tornato da poco dall’Iran. Per tal motivo, il governo centrale ha subito imposto alcune norme volte a prevenire la formazione di un vero e proprio focolaio. In primo luogo, sono state chiuse le frontiere con l’Iran, invitando la popolazione a non recarsi nel paese confinante. Nessuno inoltre può raggiungere l’Iraq dall’Iran, per quegli iracheni ancora presenti nel territorio della Repubblica Islamica è stato predisposto un piano di rientro. Sono poi stati istituiti controlli a tappeto lungo i confini, mentre si sta cercando di dotare buona parte degli ospedali di mascherine ed altri oggetti volti a prevenire il contagio del personale medico.

A livello interno, al momento l’unica forte limitazione riguarda la città di Najaf, la quale è stata provvisoriamente isolata. Le ultime decisioni, prese nel corso di una riunione svolta nella sede del governo di Baghdad, hanno poi riguardato le limitazioni degli spostamenti tra i vari governatorati, ma soprattutto il divieto di riunioni ed assembramenti in tutto il paese. Quest’ultima misura di fatto va a bloccare le manifestazioni e le proteste in corso in Iraq da ottobre. Niente presidi, niente cortei e niente assemblee. La misura potrebbe essere interpretata come la volontà specifica del governo di dare un freno al moto di protesta che va avanti da mesi. In realtà sono stati molti leader della protesta ad annunciare lo stop delle manifestazioni. A partire da Moqtad Al Sadr, leader religioso sciita ed a capo del partito di maggioranza relativa in parlamento. Da sempre tra i promotori degli scioperi e delle proteste degli ultimi mesi, è stato Al Sadr nelle scorse ore ad annunciare l’annullamento della grande manifestazione prevista nei prossimi giorni a Baghdad.

Assieme ai gruppi a sé fedeli, Al Sadr si era fatto promotore di una protesta molto ampia nella capitale contro i ritardi con i quali il premier incaricato, Mohammed Allawi, sta procedendo alla formazione di un nuovo esecutivo: “Porterò a Baghdad almeno un milione di persone”, aveva dichiarato lo stesso leader sciita nei giorni scorsi, prima del dietrofront dovuto al coronavirus. Lo stop alle proteste è un ulteriore segnale di come in Iraq il contenimento dell’epidemia venga ritenuta al momento la vera priorità.

Sospesi anche i voli dall’Italia

Assieme alle misure sopra esposte, il governo iracheno ha anche diramato una lista di paesi da cui al momento non è possibile entrare. Oltre all’Iran, le autorità di Baghdad hanno incluso tra queste nazioni anche l’Italia, assieme a Cina, Corea Del Sud, Giappone, Singapore e Thailandia. Da qui al momento non verrà accettato alcun cittadino e questo per l’emersione dei tanti casi di coronavirus riscontrata soprattutto negli ultimi giorni. Contestualmente, il ministero degli esteri iracheno ha invitato i propri cittadini a non recarsi nei paesi inseriti nella lista sopra indicata. Un modo dunque per provare a blindare ancora di più il paese.