L’impressione è che in Iraq si stia giungendo ad un vero e proprio punto di non ritorno, con le autorità che provano a trovare soluzioni frettolose ma non definitive. E se in Libano il tenore delle proteste grossomodo è sempre rimasto pacifico, a Baghdad e nelle altre città irachene invece si è giunti nelle scorse ore all’imposizione anche di un coprifuoco. Segno di una situazione che sta sfuggendo di mano, mentre intanto cresce il tragico conteggio dei morti.

Le ultime mosse del parlamento

Il governo guidato dal premier Mahdi sta provando ad attuare alcune contromisure volte a dare dimostrazione ai manifestanti di andare incontro alle loro richieste. Ma si sta trattando di fatto di tentativi goffi, oltre che tardivi. Ad esempio, nelle scorse ore è stato approvato il taglio per i privilegi per le prime tre cariche dello Stato, ossia presidente della Repubblica, primo ministro e presidente del parlamento. Allo stesso tempo, è stata varata una nuova commissione volta a riformare la costituzione. Si cerca di dare, in fretta e furia, una parvenza di riavvicinamento della classe politica nazionale alle istanze della popolazione.

Il problema però è che tali mosse stanno apparendo tardive agli occhi dei manifestanti, alla stregua di contentini da elargire senza però che nel concreto vi sia la volontà di cambiare le cose. E dal canto suo, il leader sciita Moqtad Al Sadr ha più volte chiesto lo scioglimento del parlamento e la proclamazione di nuove elezioni. Lo ha fatto fino a questo lunedì, intervistato dalla tv Al Arabiya. É proprio lui l’ago della bilancia dell’attuale situazione: a capo di una coalizione sciita formata assieme al Partito Comunista che nel 2018 ha ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni, Al Sadr ha sposato le richieste dei manifestanti e grazie al potere che ha anche all’interno del parlamento sta provando a dare un indirizzo alla crisi.

Secondo quello che fino a dieci anni fa era il leader sciita più temuto dagli americani, ma adesso inviso anche a Teheran, occorre subito dare un taglio con l’attuale governo e parlamento. La tesi di Al Sadr è che, per via dello stallo politico e della corruzione venutasi a creare nel paese, l’attuale classe dirigente non può dare risposte ai cittadini.

Cresce il numero dei manifestanti uccisi

Le proteste sono divampate nelle scorse settimane: ancora una volta, come accaduto già nell’estate del 2018, il malcontento è partito dalle zone meridionali dell’Iraq. Si tratta di quelle a maggioranza sciita, in cui risiede la gran parte della comunità che rappresenta a sua volta l’entità religiosa più rappresentativa del paese. Da quando è stata introdotta la nuova costituzione, agli sciiti spetta la nomina del premier. Eppure è proprio da qui che puntualmente partono le proteste che incendiano poi anche le altre città, arrivando fino alla capitale. Questo perché, nonostante al sud risiedano i cittadini appartenenti alla comunità religiosa più rappresentativa e rappresentata, la situazione è considerata a livello economico e social quasi al collasso: servizi basilari non sempre erogati, sistema sanitario carente, mancanza di lavoro sono solo alcuni dei problemi che attanagliano l’Iraq meridionale. Ed anche tutti gli altri cittadini di altre confessioni, si riconoscono nei disagi vissuti a Bassora come a Najaf e nella stessa Baghdad.

Da qui la crescita del malcontento sfociato poi in proteste molto violente. Manifestazioni peraltro represse da parte del governo, con le forze dell’ordine che soprattutto nella capitale hanno usato il pugno di ferro su ordine dello stesso governo che ora cerca frettolosamente di rimediare. Sono però già più di 149 i civili uccisi dall’inizio del mese di ottobre, come riferisce l’Agi, anche nelle ultime ore nella sola Baghdad si contano cinque manifestanti rimasti uccisi negli scontri. Come estrema misura di sicurezza, da mezzanotte scatterà il coprifuoco di sei ore, valevole per gli orari notturni, nella capitale. Una mossa che però rischia di far crescere ulteriormente la tensione.

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