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I risultati che in questo fine settimana sono arrivati dall’Iran, hanno confermato in larga parte quanto previsto alla vigilia. I candidati conservatori infatti, hanno conquistato buona parte dei 290 seggi di cui è composto il parlamento e questo grazie soprattutto all’esclusione di molti candidati riformisti. Il voto nella Repubblica islamica, su cui aleggiava anche lo spettro dell’epidemia di coronavirus, era il primo appuntamento politico importante dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani avvenuta a seguito di un raid americano a Baghdad lo scorso 3 gennaio. Ma se i risultati a favore dei conservatori erano ampiamente previsti, la vera incognita su cui si giocava questa tornata elettorale era rappresentata dal dato dell’affluenza. E, da questo punto di vista, le sorprese non sono mancate.

Affluenza più bassa dal 1979

Come spiegato nei giorni scorsi, la legge elettorale iraniana per il parlamento prevede un duro meccanismo selettivo per i candidati che vogliono correre per uno dei 290 seggi in palio. Ogni domanda infatti deve essere vagliata dal Consiglio dei Guardiani, i quali per accettarla o meno rispondono sia a criteri oggettivi riguardanti l’età ed il titolo di studio, ma anche ad elementi che riguardano la “reputazione” e la fedeltà alla Repubblica Islamica. Dopo l’uccisione di Soleimani, l’Iran ha iniziato ad intraprendere un percorso molto più conservatore dove i cosiddetti “falchi“, fautori di una politica più rigida nei confronti dell’occidente, hanno rafforzato la propria presa sulla politica. Le decisioni prese dal Consiglio dei Guardiani ne hanno rappresentato un’importante testimonianza: più della metà dei candidati vicini ai riformisti sono stati esclusi dalle elezioni. Dunque, era ben prevedibile una netta vittoria dei conservatori. Il vero problema era rappresentato invece dalla legittimazione popolare del nuovo parlamento nel caso di una bassa affluenza.

Il dato definitivo si è attestato al 42.57%, il più basso di sempre dalla nascita nel 1979 della Repubblica Islamica. Nella capitale Teheran soltanto un elettorale su cinque si è recato alle urne. La percentuale è molto bassa ma, al tempo stesso, secondo i conservatori non così tanto da delegittimare il nuovo parlamento. E dunque si è brindato ugualmente al successo, anche se non sono mancate accuse rivolte all’occidente per la campagna volta al boicottaggio del voto. La stessa Guida Suprema Ali Khamenei, ha tuonato contro la denigrazione del voto iraniano operata all’estero, che avrebbe influito sul dato definitivo dell’affluenza.

Ai conservatori più dei due terzi del parlamento

I risultati elettorali, come detto, erano invece più che preventivabili. Secondo gli ultimi dati, in buona parte definitivi, forniti dalle autorità di Teheran, almeno 217 seggi su 290 sono andati a candidati vicini ai conservatori. Il nuovo parlamento si presenta dunque molto più vicino alle istanze del clero e dei pasdaran, mentre sotto il profilo politico il presidente Hassan Rouhani appare molto più isolato. Di fatto, il capo dell’esecutivo dovrà condividere il suo ultimo anno di mandato con un parlamento nettamente differente alla sua linea politica considerata più moderata e maggiormente vicina ai riformisti.

Importante l’affermazione personale di Mohammad Bagher Qalibaf: eletto a Teheran, sarò probabilmente lui il prossimo presidente del parlamento. Ma c’è chi scommette in una sua candidatura alla presidenza nelle elezioni del prossimo anno. Ex sindaco della capitale, nonché ex capo dell’aviazione dei Guardiani della rivoluzione, potrebbe essere lui l’uomo su cui i conservatori punteranno per tornare alla presidenza. In un clima contrassegnato dai timori per il coronavirus, si tornerò comunque al voto in alcuni collegi ad aprile per il secondo turno lì dove nessun candidato è andato oltre il 25%.