Boris Johnson ha scoperto le carte. Il discorso pronunciato dalla regina Elisabetta II nella House of Lords – il secondo nel giro di due mesi – insieme al primo voto sulla Brexit in aula hanno dato il via libera all’azione del nuovo governo britannico. 

Parte ufficialmente il lungo periodo Johnsonista

Boris Johnson ambisce a governare almeno per i prossimi 10 anni e la sua cifra sarà anche quella che definirà la metamorfosi necessaria al partito Conservatore per mantenere il consenso conquistato.

La sua determinata scalata al successo è stata resa possibile dall’abilità dimostrata nel sapere prendere in prestito ispirazione, visione ed evocazioni da chiunque egli abbia ritenuto funzionale al raggiungimento dell’obiettivo finale.
Camaleontico e spregiudicato ha mescolato con sapienza e puro istinto tratti e colori all’apparenza inconciliabili per adattarli alla sua figura disordinata e spettinata, capace di bassezze e menzogne ma sempre abile a farsi perdonare tutto. Bugie e intemperanze comprese.
Boris Johnson il populista e demagogo, accusato di sessismo, islamofobia e machismo ha centrato il suo obiettivo conquistando Westminster. Ma se finora è sfuggito alle definizioni più classiche e non hanno convinto le etichette che hanno tentato di appiccicargli, quell’eccezione britannica che vive in lui adesso è chiamata a scrivere il futuro del Paese secondo le sue regole peculiari, in uno scenario assolutamente inedito.

La nuova rotta: unire il Paese

“Unire” è la stella polare che illuminerà la rotta del Johnsonismo per il futuro del Regno Unito. Innanzitutto, unire un Paese diviso in due dalla Brexit possibilmente salvando la pelle all’ennesimo leader Conservatore che si trova a fare i conti con il rapporto con l’Europa, da sempre controverso.

Margaret Thatcher, John Major, David Cameron e Theresa May sono tutti entrati in crisi per l’incapacità di guidare il regno in una direzione compatibile con le pulsioni interne e le istanze dettate dalla necessità di costruire un ponte con il Continente. Tutti gli ultimi leader Conservatori sono crollati quando la “questione Europea” è entrata in contrasto con le ambizioni sovraniste espresse dall’ex impero.
Come noto, è esattamente da lì che invece Johnson ha iniziato la sua cavalcata vittoriosa per questo è la Brexit il punto di partenza della sua azione di governo e sarà “Brexit” la parola che lui stesso ha ordinato di cancellare dal discorso pubblico dopo il 31 gennaio 2020, quando il divorzio sarà formalizzato.
Parola ed ufficio dedicato, il dipartimento per l’uscita dalla UE, il Department for Exiting the EU, saranno soppressi e i lavoratori del DExEU trasferiti ad altri incarichi.

Fare metà Brexit e poi farla dimenticare cancellandola dalla comunicazione del governo – che nel frattempo sarà impegnato in undici mesi di complesse negoziazioni a Bruxelles – è senza dubbio il primo atto formale per la riconciliazione che dovrà condurre all’unità nazionale, sulla parola.

Unire il partito, unire l’elettorato

La vittoria di Boris Johnson è stata spesso paragonata a quella di Margaret Thatcher del 1987, per la dimensione e l’abilità che le accomuna.
La Lady di Ferro prima e Boris Johnson, ora, hanno saputo portare i Conservatori sopra vette memorabili coadiuvando tutte le anime del Paese mentre si mettevano insieme anche tutte le anime del partito.

Nato formalmente nell’800, anche se un’idea simile si era già affacciata sulla scena politica inglese almeno un secolo prima, il partito Conservatore è stato illuminato da una visione liberista passata attraverso le idee del padre del One-Nation-Conservatives, Benjamin Disraeli, radicalizzato nei suoi tratti durante il Thatcherismo per arrivare ai liberal moderni, ai Conservatori metropolitani di Cameron e ai giorni nostri: quelli del post-populismo pronto a prendere le fattezze del Johnsonismo.

A far prefigurare la resistenza di questa ritrovata compattezza del partito nella House of Commons, l’effetto del risultato alle urne che ha spedito a Westminster molti neo eletti dai quali ci si aspetta fedeltà alla linea del capo e pochi colpi di testa; per inesperienza  e necessità di sopravvivenza.
Accanto a questi siedono i conservatori più orientati a destra, l’ultima rimasta dopo che Johnson ha divorato e cancellato dalla scena politica Nigel Farage ed il suo estremismo.
Mancano all’appello i moderati, unici che forse avrebbero potuto dare filo da torcere al leader che se n’è sbarazzato prima del voto e che finalmente libero, può parlare a tutti indossando la casacca giusta al momento giusto, virando a destra le istanze dell’orgoglio nazionalista ed il gettito fiscale, e rubando terreno (e voti) agli avversari.

Il Johnsonismo, in perfetta scia con i tempi, dimostra come i poli dell’offerta politica contemporanea non siano più incasellabili nella classica dicotomia “destra-sinistra” perché a determinare il senso di appartenenza oggi non basta più la questione culturale con la sua visione del mondo, ma conta l’accezione data alla questione economica.
E’ stato grazie all’uso sapiente dello strumento populista che Johnson è riuscito ad abbagliare anche le classi di lavoratori tradizionalmente vicini ai Laburisti che, all’offerta socialista di stampo marxista di Corbyn, hanno preferito la demagogia di destra firmata da Boris. Questo cambio di scenario ha evidenziato come oggi, in un capovolgimento politico, l’elettorato delle classi più povere e meno istruite si sia consegnato ai Conservatori in una giravolta spinta dal radicalismo di Johnson e Corbyn.
Così, nel programma di governo arrivano a pioggia 30 nuove leggi e la promessa di una grande iniezione di fiducia.

Per dirla con le parole di Matthew Goodwin, professore di Scienze Politiche presso l’Università del Kent: “E’ più facile per la destra spostarsi a sinistra sui temi economici che per la sinistra spostarsi a destra sui temi identitari”.

Boris Johnson, con la determinazione di un panzer e la spregiudicatezza dettata dalla sua prepotente ambizione è riuscito a sbaragliare ogni avversario, anche quelli interni al suo partito, a convincere la maggioranza della Gran Bretagna a perdonargli tutto e a consegnargli le chiavi del Paese. Ma i venti di indipendentismo soffiano molti forti, i nuovi elettori sono un “voto in prestito” e l’unità auspicata risulta una sfida complessa da vincere.

Il centro

Se le sconfitte sono sempre orfane, la vittoria ha molti padri ma quella che ha aperto al nuovo corso del Regno Unito ne ha solo uno ed è Boris Johnson.
La guerra fratricida all’interno del partito laburista è tutta rivolta contro Jeremy Corbyn, sul fronte opposto, le doti personali di leadership, coadiuvate dallo stratega Dominic Cummings, hanno incoronato Boris Johnson in un trionfo pari a quello del 2001 di Tony Blair, l’ultimo dei Laburisti a vincere.

Quest’ultimo, parlando del recente risultato elettorale, ha scommesso sul fatto che, per mantenere e consolidare il suo potere, Johnson si sposterà verso il centro, così come fece lui quasi vent’anni fa.
A confortare questa ipotesi, le parole pronunciate dal nuovo inquilino di Downing Street nei primi festeggiamenti del suo trionfo in quello che fu il primo collegio di Blair, a Sedgefield.
Una scelta piena di significati, innanzitutto quello di consolidarsi nelle ex roccaforti dei Laburisti andando a sovrapporsi a chi, 18 anni fa, aveva ottenuto una maggioranza mai più eguagliata, sinora.

Non solo, Johnson indossando gli abiti di Blair ha anche voluto rassicurare chi, “con la mano tremante e la voce dei genitori e dei nonni a sussurrare preoccupati nelle loro orecchie”, per la prima volta nella storia, ha dato il suo voto al tradizionale avversario.
Il Johnsonismo in versione Blairista, ha cercato di sostituire la voce piena di disappunto degli antenati traditi dei nuovi elettori con la narrativa rassicurante del passato: “Noi siamo i vostri servitori, non siamo i padroni”.
Ancora, “le nostre priorità sono le vostre” per tracciare una riga rossa sopra la distanza tra alto e basso, noi e voi, le elite e il popolo.
Il trionfo della strategia di Boris Johnson ha abbattuto tutti i muri, anche quelli rossi del Nord della Gran Bretagna e delle Midlands.
Ma i primi passi mossi dal governo portano ad escludere che quella centrista possa essere la strada scelta per il futuro perché dopo le evocazioni parlano i fatti.

Il governo che verrà

Boris Johnson e i suoi strateghi hanno saputo spostare il baricentro della comunicazione politica verso i temi più sentiti dal Paese, quelli che la Brexit, con il suo successo, ha solo manifestato come un sintomo.
Identità, valori, crisi economica, paura.

Così, dopo il divorzio dall’Europa, nel programma di governo dei Conservatori a marchio Johnsonista arrivano i temi cari ai  Laburisti.
“Spendere, spendere, spendere” il concetto alla base dell’azione del leader del populismo post ideologico che viene da destra e pesca a sinistra.
Al secondo punto del programma è ben piazzato il sistema sanitario nazionale, quello che nelle paure di Corbyn sarebbe stato privatizzato e svenduto agli americani e che invece, il Primo Ministro britannico ha garantito resterà saldo nel controllo del pubblico e in un sistema rigorosamente nazionale.
Da qui, l’impegno  a versare denaro alle voci sanità, stipendi minimi, scuole e formazione, edilizia pubblica, trasporti, ospedali, difesa e sicurezza. Una lunga lista della spesa che accontenta trasversalmente tutti senza paura di essere contraddetti.

Temi forti dei Laburisti affrontati con le ricette dei nuovi Conservatori e rafforzate dagli strumenti dei Laburisti: così il cerchio si chiude con più spesa pubblica e investimenti.
Questo il cuore dell’agenda politica del Johnsonismo.

One-Nation-Johnson

“Sono un One-Nation-Tory” diceva di sé il sindaco di Londra, Boris Johnson. “C’è un dovere da parte dei ricchi nei confronti dei poveri e dei loro bisogni, ma non aiuterai queste persone a compiere questo dovere se le punirai fiscalmente con tanta cattiveria da spingerli a decidere di andarsene e abbandonare Londra e il Paese”, aggiungeva.
“Guiderò un governo One-Nation ha scandito il Primo Ministro Boris Johnson nella House of Commons.

Con la nuova casacca indosso, il Johnsonismo che chiude le frontiere agli immigrati e all’Europa rispolvera le teorie che, 150 anni fa, il primo ministro inglese di origini ebraiche Benjamin Disraeli scrisse nel suo libro, Sybil. Il testo esaminava la distanza tra le ricche elites e la classe lavoratrice, con l’obiettivo di chiuderla e cancellarla e guardava all’unità della Gran Bretagna.
In realtà, oggi, questa connessione centrista-moderata non sembra rappresentare un vero destino politico.

La strategia di Johnson è un mix unico, ci fa capire il giornalista del Financial Times, James Blitz. “Se da un lato Johnson spenderà tanto per rassicurare i nuovi elettori, dall’altra parte su giustizia, sicurezza, costituzione, rapporto con i media proseguirà sulla scia della tradizione dei Conservatori, nella classica accezione trumpista”. Ma, conclude il ragionamento, mantenendo quell’unicità tipica del Regno Unito che sfugge ad ogni possibile paragone con gli altri, Stati Uniti compresi.

La politica economica e le ipotesi di larghe intese annunciate stanno al centro, ma tutto il resto va a destra, il ragionamento di Blitz che conferma come nelle sue acrobazie Johnson abbia già “inventato” un nuovo partito Conservatore, se non altro per essere riuscito a far dimenticare con un colpo di spugna i nove anni di austerità del governo Tory, presentandosi come il leader di un partito che pare affacciarsi sulla scena politica solo adesso.

“Chi lo conosce è sicuro che lui saprà creare una sua cifra distintiva, unica  e piena di atti simbolici – spiega la professoressa Eunice Goes della Richmond University, che a sua volta avanza l’ipotesi che non sarà al centro che i Tories troveranno le risposte per mantenere allacciato il cordone creato con il nuovo elettorato strappato alla sinistra, ma che questo avverrà attraverso la messa in atto di misure pesanti su sicurezza e immigrazione.

Esattamente come annunciato nel discorso della regina.

“Sono questi i segnali che leggo nel suo modello di conservatorismo, perché il tema dell’Europa è tutto legato all’immigrazione. Questa è la ricetta di Trump e delle destre europee che lo stesso Boris Johnson ha seguito come testo base di partenza”.

Ma, si domanda la professoressa Goes, se ci sarà una hard Brexit l’economia crollerà, ci saranno meno entrate anche per l’aumento della disoccupazione e quindi per fare i grandi investimenti che promette (soprattutto in quelle aree) dovrà aumentare il debito, il sistema reggerà?

Gli elettori ormai cinici e frustrati oltre che delusi dalla politica, immagina Goes, alla fine non conteranno più le bugie di Johnson ma quello che nascerà dalle ceneri della Brexit che, una volta cancellata dal vocabolario inglese, offrirà la panacea di tutti i mali sofferti sinora. Forse.

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