Con l’avanzata sulle roccaforti di Mosul e Raqqa, sono in molti a sperare ed attendere che lo Stato islamico possa essere finalmente sconfitto, o, nella peggiore delle ipotesi, possa essere considerato ormai in procinto di esalare l’ultimo respiro. Tagliati i rifornimenti, riconquistate alcune delle città-chiave di Siria ed Iraq, decimato il suo esercito, il Daesh, per come lo abbiamo finora conosciuto in Medio Oriente, potrebbe, nel medio termine, considerarsi un capitolo da chiudersi.C’è però, in questa sintetica analisi delle speranze di molti, l’errore di fondo di considerare Daesh uno Stato come lo intendiamo noi, con dei confini, delle strutture amministrative, un territorio e un popolo su cui imporre il suo potere. Purtroppo non è così. Daesh non è uno Stato, almeno nella concezione tradizionale, ma un sedicente Stato che si è posizionato lì per un incrocio di interessi, di ribellioni, di denaro e di fondamentali canali economici divisi fra petrolio, gas e traffici internazionali proibiti.Adesso è lì perché lì aveva il suo spazio di manovra migliore e poteva usufruire di quell’area per esprimere al meglio la sua potenza, ma, in caso di sconfitta, potrebbe non cadere, ma semplicemente dissolversi e riapparire altrove, con altre prerogative, con altri capi, ma non per questo con inferiore carica di terrore e morte.Una delle aree in cui Daesh potrebbe muoversi e rifondarsi è un settore strategicamente fondamentale e molto spesso, erroneamente, dimenticato: l’Asia centrale. In quest’area, fra le repubbliche islamiche post-sovietiche, il sedicente Califfato potrebbe effettivamente trovare un terreno fertile da cui far rinascere il proprio Stato. Non sarà chiaramente facile, poiché qui gli Stati hanno una conformazione del tutto diversa dall’Iraq del dopo Saddam e dalla Siria del clan Assad, ma la capacità di mutare il proprio sistema di potere potrebbe aiutare notevolmente lo Stato islamico a rinascere in altre forme. I presupposti non sembrano mancare.Il territorio dell’Asia centrale è diventato, da qualche anno, lo snodo nevralgico dell’incrocio di interessi fra le tre grandi potenze dell’Asia del Terzo Millennio: Cina, Iran e Russia. In quest’area, composta dagli attuali Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan, e Uzbekistan, i tre Paesi hanno creato una fondamentale linea di commercio di risorse energetiche e commerciali, che, con l’aggiunta di Kazakistan e Pakistan, forma un’area di scambio cruciale dove si incontrano gli interessi di tre potenze assolute non soltanto di quel contesto geografico.L’enorme quantità di idrocarburi, unita alla presenza dei più importanti canali di commercio della droga a livello mondiale, assegna all’intero settore un’importanza tale da dover per forza considerare l’Asia centrale come un obiettivo possibile del sedicente Califfato.Oltre alle risorse economiche e alla volontà di erodere il potere di Russia ed Iran, interrompendo i flussi commerciali con la Cina, non va dimenticato come attualmente l’Isis già peschi in quegli Stati per reclutare nuove leve, per ora da impegnare sul fronte siriano ed iracheno.Non va infatti dimenticato che da anni l’Afghanistan risulta essere un campo di addestramento e di reclutamento per tutto il terrorismo internazionale, mentre tutte le repubbliche nate dallo scioglimento dell’Unione Sovietica sono diventate, recentemente, una fonte non secondaria di nuove leve, riaccendendo la minaccia jihadista in territori in cui sembrava doversi ritenere ormai sopita la temuta deriva fondamentalista di matrice islamica. I dati sono sotto questo profilo allarmanti: più di seimila soldati del Daesh provengono dall’interno dell’Afghanistan, mentre in poche migliaia già vengono dai territori dell’Asia Centrale. La volontà di trovare autonomia economica grazie all’accesso alle più importanti risorse energetiche dell’Asia, l’obiettivo di colpire in via indiretta l’Iran sciita e la Russia di Vladimir Putin, infastidendo al contempo la Cina e i suoi traffici commerciali sulla nuova via di rifornimenti composta dal One Belt One Road, ed infine la capacità di poter radicarsi in territori dove l’Islam radicale già c’è, se pur in composizione minoritaria, potrebbero essere presupposti abbastanza sicuri su cui l’Isis potrebbe concentrare le proprie forze per rinascere altrove e colpire nuovamente tutto il mondo. Del resto, la sua forma così malleabile e priva di alcun radicamento in chiave territoriale e di popolo, sono indici del fatto che il Daesh non è uno Stato da soggiogare come lo erano i nemici da sconfiggere del secolo scorso, ma un esercito di predoni alla ricerca di risorse e di guerre per procura, a cui la perdita di un territorio o la caduta di una città determinano soltanto la scelta di un’altra area su cui espandere il proprio terrore. Il rischio vero, in sostanza, è che la guerra al Califfato possa diventare una guerra che difficilmente potrà finire con la disperata liberazione di Siria ed Iraq.

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