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Il grande pragmatismo di Giorgia Meloni, l’ex militante di estrema destra capace di far transitare il post-fascismo sovranista dalle borgate romane ai salotti di Bruxelles, potrebbe essere stato un’illusione di alcuni osservatori, distrutto dalla prima «salvinata» della leader. Il suo primo grosso passo falso strategico, che in questo caso potrebbe isolarla in Europa e rovinarle i rapporti nella coalizione.

È successo giovedì quando gli europarlamentari di Fratelli d’Italia hanno votato contro la conferma di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea. Nonostante i tentativi di seduzione che c’erano stati negli ultimi mesi tra Von der Leyen e Meloni che, in cambio dell’addomesticamento della base nazionalista del suo partito e della sua nuova veste atlantista, sperava di ottenere incarichi rilevanti nell’Ue per i propri uomini di partito.

Votando contro Von der Leyen, Meloni è tornata alle origini ideologiche: schierandosi con i partiti più euroscettici e sovranisti che, in attesa del ritorno messianico di Donald Trump alla Casa Bianca, in questi ultimi quattro anni non sono mai stati troppo presi in considerazione nei principali negoziati al Parlamento e nelle altre istituzioni. Bene così, dicono alcuni intellettuali conservatori: il programma di Von der Leyen era troppo sbilanciato verso l’ambientalismo e lo statalismo. “Mai con la sinistra”, scrive sui social l’account di Fratelli d’Italia. Secondo altri, la scelta ottiene l’effetto di annullare un percorso di accreditamento presso la Commissione e le istituzioni di Bruxelles che ha caratterizzato l’ultimo anno e mezzo di governo.

L’impressione del politologo Lorenzo Castellani, della Luiss di Roma, è che, nonostante Meloni abbia affermato spesso di essere l’unico governo di un grande Paese europe rafforzato dalle elezioni di giugno, in realtà ora esce indebolito nelle dinamiche di potere. “È rimasta intrappolata nelle logiche partitiche, italiane ed europee, e nella paura di lasciare il nido della destra euroscettica e nazionalista”, scrive Castellani su Le Grand Continent. Da un lato si è sentita costretta a inseguire Salvini, Orbán e Le Pen, col loro neogruppo di “Patrioti”, facendo però la parte della pusillanime in quanto fino all’ultimo ha cercato di trattare con Von der Leyen. Dall’altro è rimasta fregata dalle manovre Scholz e Macron, in crisi di consensi, che puntavano a escludere tutta la destra dalla maggioranza europea.

Per due anni la forza di Meloni, che le ha permesso di ottenere un solido sostegno degli elettori di destra in Italia, è stata la capacità di apparire coerente e insofferente ai compromessi. Essere stata all’opposizione di tutti, anche del governo Draghi, fin dalla fondazione del suo partito, l’ha aiutata parecchio. Poi si è rivolta a un elettorato più ampio, affermandosi come figura più moderata delle previsioni e intenta a tenere l’Italia entro il perimetro dei classici “vincoli esterni” – siano essi la responsabilità finanziaria, o l’appoggio alle imprese della Nato.

La mossa su Von der Leyen, tuttavia, sembra oscillante rispetto ai due approcci. Non è riuscita a ottenere ciò che voleva dalla presidente della Commissione uscente, mostrandosi offesa, e ha votato come i Patrioti sovranisti che tuttavia, in parte, la considerano una traditrice. Il fallimento è duplice: l’eurogruppo PPE, più centrista rispetto all’ECR di Meloni, ha dimostrato di poter raggiungere i suoi scopi senza quest’ultimo. E gli euroscettici continueranno a guardarla con sospetto. A monte, la Commissione è diventata più dipendente dai voti di Verdi europei e socialisti europei, che con i loro voti si sono dimostrati probabilmente determinanti.

Nonostante il no a Von der Leyen, è indubbio che continuerà la collaborazione tra la Commissione e l’Italia, un membro fondatore dell’Ue e una grande economia in difficoltà. Ma per Meloni sarà più difficile ottenere ciò che vuole, sia riguardo al ritorno dell’austerità in Europa (con la Germania imperterrita sulla strada rigida che fu di Angela Merkel) sia riguardo alla questione immigrazione, sia riguardo l’odiato Green Deal. E anche nella scelta dei nuovi Commissari – possibile consolazione – la premier dovrà lottare contro un Parlamento ostile.

Il fatto che Fratelli d’Italia sia finito insieme alla Lega all’opposizione nel Parlamento Europeo mentre Forza Italia ha votato a favore con il PPE potrebbe riaprire la competizione nella maggioranza. Salvini potrebbe aver subodorato il potenziale per una nuova rivolta delle destre no-euro italiane, e puntare al voto dei delusi dalla Meloni “romanizzata”.

Questa cattiva gestione delle trattative, che l’ha condotta in un pantano politico, secondo il politologo Daniele Albertazzi dell’Università del Surrey, sembra derivare dall’incapacità di leggere gli altri leader europei e da un calcolo errato. Fratelli d’Italia aveva ottenuto un ottimo risultato alle Europee e Meloni era stata l’unica leader dei principali Paesi europei a uscire rafforzata dal voto: l’Economist l’ha messa in copertina insieme a Von der Leyen e Le Pen come una delle tre donne che avrebbero cambiato l’Europa nel prossimo futuro. Invece quel posizionamento non garantiva nulla, e doveva essere sfruttato con una buona dose di realismo: rinunciare a parte delle idee originarie per ottenere dalla Commissione un trattamento di favore in fase di gestione delle frontiere e del debito pubblico, ad esempio.

Il governo italiano sceglie dunque di aspettare la sponda Trump – la cui vittoria non è del tutto scontata, nonostante i problemi dell’inquilino della Casa Bianca – e di scommettere sul fallimento della Commissione europea e dei suoi propositi green, votandosi al mantenimento del nucleo di consenso più ideologico. Anche a costo di farsi trattare di nuovo da sorvegliato speciale. Il tempo ci dirà se questo azzardo avrà pagato, oppure se Meloni dovrà tornare sui suoi passi.

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