In Europa cambierà tutto per non cambiare niente?

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In Europa dopo il voto comunitario cambierà tutto per non cambiare niente? Dal voto del 2019 a oggi il mondo si è stravolto, anche per il Vecchio Continente. Si è dapprima, letteralmente, virato, con la pandemia di Covid-19 che ha travolto, nel 2020, l’Europa. Poi a virare è stato il corso geopolitico della storia, con l’accelerazione data dal Covid-19 trasmessasi alla marcia, inesorabile della storia: la ritirata afghana nel 2021, seguita nel 2022 dalla guerra in Ucraina, il confronto con Putin, la ri-atlantizzazione del Vecchio Continente. In mezzo, il debito comune prima e il boom dell’inflazione poi.

Il rialzo dei tassi e la fine del quantitative easing globale sono stati seguiti dal ritorno al Patto di Stabilità, contestato duramente nel 2019 e oggi cambiato, ma di fatto sempre in vigore. Pronti, via ed è finita una legislatura europea. Ma sembra di essere tornati al via. Non c’è più lo spauracchio “sovranista” del 2019, c’è quello dei “putiniani” sull’Europa. Ci si aspetta un boom della destra radicale, almeno nelle intenzioni di voto, ringalluzzendo nel pensiero di molti identitari e conservatori l’idea di una maggioranza alternativa alla larga coalizione europea. Ursula von der Leyen fa campagna elettorale per la sua rielezione, provando a corteggiare con Difesa, sicurezza e lotta all’immigrazione quella destra che a lungo l’ha contestata per le virate sul Green Deal.

Il mondo è cambiato, ma le logiche sono le stesse di cinque anni fa. Nelle intenzioni di voto per Strasburgo, il gruppo del Partito Popolare Europeo e quello dei Socialisti e Democratici assommano, totalmente, oltre 310 seggi su 720. Il Ppe è primo: ne detiene 176 oggi, i sondaggi lo danno tra i 172 e i 182. I socialisti, da 136 seggi odierni, sono dati da 135 a 143. L’Europa è talmente stravolta che i due principali gruppi, nonostante l’espulsione rispettivamente di Fidesz, del premier ungherese Viktor Orban, e di Smer, la formazione dello slovacco Robert Fico, potrebbero avanzare. La presenza in ogni Stato aiuta. Il Ppe gode del traino della Cdu tedesca e del Partito Popolare spagnolo nella casa del centrodestra europeo, in terra di Spagna il ritorno al bipolarismo spinge il Partito Socialista spagnolo, mentre reggono rispetto al 2019 molte formazioni, dal Pd italiano ai laburisti e socialdemocratici del Nord.

L’Europa è talmente in una sorta di cristallizzazione che conservatori del gruppo Ecr e identitari del gruppo Id potrebbero fallire anche l’assalto al terzo posto, con Renew Europe, il gruppo liberale di Emmanuel Macron, in calo da 102 a 80-85 seggi ma dato dai sondaggi avanti di un’incollatura alle due destre. Rispetto al 2019 cambia la retorica, cambiano i presupposti, cambiano le dialettiche politiche: oggi si chiede all’Ue di parlare di difesa, riarmo, industria, intelligenza artificiale, non si sente più la forza di chiedere una revisione dei trattati in nessuna forza primaria, ci si interroga di molti temi esistenziali e geopolitici. Ma si va a votare, ovunque, in un’Europa data per assodata da tutti. Anche dai più feroci critici. E in cui i rapporti sostanziali di forza tra le formazioni politiche e le varie famiglie saranno solo rimescolati, non stravolti.

Ragion per cui non cambierà l’approccio che vedrà le decisioni comunitarie prese nel nocciolo duro del Consiglio Europeo, dalla negoziazione tra capi di Stato e di governo. Dunque, in ultima analisi, a partire dalla sintesi dell’asse franco-tedesco del socialdemocratico Olaf Scholz e del liberale Macron. Capofila di una terna che ha il Ppe come complemento come prima forza europea e titolare del governo della Polonia di Donald Tusk, voce atlantica in Europa. Per gli altri sarà la capacità politica di capire che in Europa sono possibili cambiamenti graduali e non rivoluzioni a fare la differenza. Cinque anni fa, Matteo Salvini e la sua Lega si sono scontrati con questo principio. Sapranno oggi Giorgia Meloni e i suoi agire diversamente, dialogando con quel sistema di cui fanno, nonostante le loro dichiarazioni contrarie, parte? Dalla risposta a questa prova di maturità passa, nel nostro piccolo, la possibilità dell’Italia di contare in Europa.