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Non fatevi ingannare dall’ultima uscita del Pakistan. Sì, è vero, qualche giorno fa, mentre Israele e Iran si scambiavano salve di missili, Islamabad annunciava di voler candidare Donald Trump al premio Nobel per la pace “per il contributo offerto dal presidente statunitense al recente conflitto con l’India”. Dietro questa dichiarazione d’intenti c’è però molto altro. C’è la nuova visione del mondo di un Paese che sogna di trasformarsi in piccola potenza regionale asiatica. C’è la sicurezza raggiunta da una nazione che ha saputo tener testa a Delhi (distruggendo anche almeno un temibile Rafale). E c’è, soprattutto, la consapevolezza di chi sa di poter contare sulla Cina per l’acquisto di armi e tecnologia economica, e pure sugli Usa.

Il Pakistan, imitando un po’ la diplomazia del bambù del Vietnam – senza però avere un Partito solido al comando né un’ideologia da seguire – ha rafforzato ulteriormente i rapporti con Pechino – ancor più dopo le tensioni sfociate in una quasi guerra contro l’India – ma non intende sacrificare le relazioni con gli Stati Uniti.

Al contrario, il governo pakistano presieduto da Shehbaz Sharif ha deciso di candidare Trump al Premio Nobel per la Pace, in una mossa che è servita sia per inviare un messaggio (indiretto) di apprezzamento alla Casa Bianca, sia per irritare il primo ministro indiano Narendra Modi, che proprio con The Donald ha più volte provato a giocare la carta dell’amicizia per ingraziarsi Washington.

Asim Munir

Il flirt tra Pakistan e Usa

Impossibile sapere come finirà il valzer diplomatico tra Sharif e gli Usa. Appare però evidente un aspetto: il Pakistan ha cambiato marcia dopo l’ancora fresca crisi del Kashmir. Islamabad ha tenuto testa ad un avversario sulla carta avvantaggiato ed è pure riuscito a sferrare danni simbolici al nemico. Tutto questo ha esaltato l’ego dei militari pakistani e ricompattato – almeno in parte – tanto la frammentata opinione pubblica locale quanto i vari clan familiari che guidano il Paese.

Non era scontato immaginare una visita a Washington di Asim Munir, il capo dell’esercito del Pakistan, una trasferta organizzata per rafforzare i legami militari ed economici con gli Stati Uniti. Munir, la figura più potente del suo Paese, è riuscito a costruire un eccellente legame con gli Usa nonostante i ripetuti tentativi indiani di isolarlo. Si tratta di un importante passo in avanti, dal momento che, durante il suo primo mandato, Trump aveva sospeso gli aiuti militari a Islamabad per il presunto sostegno pakistano al terrorismo in Afghanistan.

Adesso The Donald ha elogiato la “leadership molto, molto forte” del Pakistan. Non solo: il generale Michael Kurilla, capo del Comando centrale degli Stati Uniti, ha rincarato la dose elogiando quella che ha definito una “partnership fenomenale” con l’esercito di Munir nella lotta contro il gruppo islamista radicale Isis-K con base in Afghanistan. Insomma, l’esercito statunitense mantiene ancora un’importante partnership antiterrorismo con il Pakistan, nonostante l’India accusi quest’ultimo Paese di essere uno sponsor del terrorismo.

Shehbaz Sharif (a sinistra)

Armi cinesi

La visita di Munir negli Stati Uniti ha dimostrato che la relazione Usa-Pakistan esiste ed è strategica per Washington, nonostante il timore che Islamabad possa essere allineata con la Cina. Già, la Cina: il governo pakistano ha stipulato nuovi accordi per l’acquisizione di armi e tecnologie avanzate dal Dragone, già suo principale fornitore di armi.

Nello specifico, la Cina si è offerta di vendere al Pakistan 40 caccia stealth J-35 di quinta generazione, nonché radar e sistemi di difesa aerea. Tra l’altro il Pakistan ha annunciato l’intenzione di aumentare la spesa per la difesa del 17%, riducendo la spesa pubblica complessiva del 7% a 17.570 miliardi di rupie (62 miliardi di dollari). Il ministro delle finanze, Muhammad Aurangzeb, ha stanziato 2,55 trilioni di rupie per la Difesa, una cifra in aumento rispetto ai 2,18 trilioni di rupie del 2024-25.

Come ha spiegato il Financial Times questo Paese ha avviato una fragile ripresa economica sostenuta da un rigoroso programma del Fondo Monetario Internazionale da 7 miliardi di dollari. La crescita economica stimata per il 2024-25 si attesterà intorno al 2,7% ma gli ostacoli restano numerosi. Eppure, un po’ in sordina e nel silenzio generale, Islamabad sta iniziando a sognare in grande…

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