Incentivare la “politica estera femminista” e la “difesa dei diritti delle donne” al fine di di “promuovere la pace, la sicurezza ed eliminare la violenza di genere”. Questi temi discussi al primo summit mondiale interamente dedicato ai ministri degli Esteri donna che si è svolto questo fine settimana a Montréal, in Canada. Un incontro co-organizzato dalla responsabile della diplomazia canadese, Chrystia Freeland e dall’Alta rappresentante dell’ Unione europea per gli Affari Esteri, Federica Mogherini. Come riporta il Corriere della Sera, sui 30 ministri degli Esteri donna in carica 17 erano a Montréal in rappresentanza di Andorra, Bulgaria, Costa Rica, Croazia, Repubblica Dominicana, Ghana, Guatemala, Honduras, Indonesia, Kenya, Namibia, Norvegia, Panama, Sudafrica, Ruanda, Saint Lucia e Svezia.

Nel suo discorso d’apertura, Freeland ha affermato che l’incontro rappresentava “un momento storico” e che si trattava del primo del suo genere. “Come ministri degli Esteri, tutti noi svolgiamo ruoli cruciali nel rappresentare i nostri Paesi nel mondo. Quando siamo tutte coinvolte nel processo delle decisioni le nostre società diventano più forti, le nostre economie e la nostra classe media diventano più prospere e le nostre nazioni più sicure”, ha ribadito.

In Canada il primo summit che promuove “la politica estera femminista”

Federica Mogherini ha sottolineato alle presenti che “abbiamo intrapreso un percorso incredibile per arrivare qui. Alcune di noi sono state le prime donne a laurearsi nelle nostre famiglie”. La maggior parte di noi, ha sottolineato, “sono state inoltre le prime donne ad essere state nominate ministre degli Esteri nei nostri Paesi”.

Il concetto di “politica estera femminista” è stato inizialmente diffuso dal ministro degli Esteri svedese Margot Wallström, anche lei presente all’incontro e autrice di un libro sull’argomento. Anche il Canada ha abbracciato la “politica estera femminista” con l’autoproclamato primo ministro “femminista” Justin Trudeau. 

Il flop della politica estera “femminista” in Svezia

Nulla in contrario a una maggiore presenza femminile nelle istituzioni e nei ruoli chiave dei rispettivi governi. Ma questo principio morale non può diventare ciò che guida una diplomazia, che deve basarsi su ben altre regole e strategie. Infatti, come racconta il Washington Post, questo modo singolare di intendere la politica estera in Svezia sta creando grossa confusione e non pochi grattacapi al Paese scandinavo. 

Il primo e più controverso segnale arrivò quando la Svezia riconobbe lo stato della Palestina poco dopo l’insediamento di Löfven. “Ci auguriamo di poter rendere le parti un po’ meno ineguali”, dichiarò il ministro degli Esteri Margot Wallström alla Cnn. In tutta risposta, Israele ha ricordato che il Medio Oriente è “più complicato di un mobile dell’Ikea”. Wallström rispose che “sarei felice di mandare un mobile Ikea da montare all’ambasciatore. Scoprirebbe che richiede un compagno, cooperazione e un buon manuale”. Tonfi e atteggiamenti controversi che la diplomazia svedese ha racimolato anche con Marocco e con Arabia Saudita. Il ministro svedese, inoltre, ha dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin rappresenta la più grave “minaccia per l’Europa”.  

Come lo stesso Washington Post si chiede, come verrebbe applicata una “politica estera femminista” in conflitti geopolitici molto complessi come Ucraina e Siria? Difficile dirlo. Certo è che promuovere una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni è un conto, basare tutta la diplomazia di un Paese su una battaglia ideologica è ben altro. E rischia soltanto di fare danni.