Il Burundi si prepara alle consultazioni legislative e presidenziali del maggio 2020 mentre crescono i timori della comunità internazionale sul possibile scoppio di nuove violenze nel Paese. Pierre Nkurunziza, il capo di Stato in carica, aveva annunciato, nel maggio del 2018, che non si sarebbe candidato per un nuovo mandato. La decisione era stata presa dopo la promulgazione della nuova Costituzione che, tra le altre disposizioni, aveva aumentato la durata del mandato presidenziale da cinque a sette anni e consentirebbe a Nkurunziza di restare al potere sino al 2034.

Il Burundi, indipendente dal 1962, ha sofferto a lungo, come il vicino Ruanda, a causa di violenti scontri interetnici tra gli Hutu – la maggioranza della popolazione – e i Tutsi. Quest’ultima etnia ha governato il Paese, attraverso una serie di regime autoritari, sino al 1993 ed a fasi alterne dopo questa data. I primi due presidenti Hutu, Melchior Ndadaye e Cyprien Ntaryamira, furono invece uccisi nel 1993 e nel 1994 e ciò diede vita ad un vero e proprio genocidio portato avanti nei confronti dei Tutsi ed a violente risposte anche da parte di questi ultimi verso gli Hutu. Centinaia di migliaia di persone persero la vita nei massacri ed una tregua tra le parti arrivò con la firma degli Accordi di pace di Arusha, in Tanzania, nel 2000. L’elezione di Nkurunziza, un ex capo ribelle Hutu del gruppo Cnd-Fdd, nel 2005 segnò la fine della guerra civile ma l’inizio di nuove turbolenze per il Paese.

Tensioni permanenti

Le tensioni politiche interne sono tornate ad esplodere nel 2015, quando Nkurunziza vinse le consultazioni presidenziali e si è aggiudicò il suo terzo mandato da capo di Stato. La legittimità delle elezioni fu contestata a causa del clima di intimidazione subito da giornalisti, politici dell’opposizione, attivisti dei diritti umani ed elettori. Le massicce proteste popolari e un tentativo di golpe non riuscirono però a fermare la rielezione del presidente che  non dovrebbe partecipare alle nuove consultazioni del 2020. Le Nazioni Unite hanno però espresso, in un report diffuso recentemente, forte preoccupazione per la situazione in cui versa il Paese ed hanno ravvisato numerosi segnali preoccupanti che potrebbero favorire la commissione di atrocità.

Secondo l’Onu, infatti, la libertà di stampa in Burundi è ormai un lontano ricordo, il presidente esercita i proprio poteri appoggiandosi anche a strutture extra-costituzionali, come il comitato dei generali, i partiti politici non possono operare liberamente e le organizzazioni non governative sono sotto lo stretto controllo dell’esecutivo. Ci sono speculazioni, inoltre, secondo le quali il capo di Stato potrebbe, al fine di acquisire maggiore legittimità politica, restaurare la monarchia nel Paese.

Senza via d’uscita

Sembra decisamente improbabile che Nkurunziza abbandoni, quando ha ormai assunto pieni poteri, la scena politica nazionale ed è invece verosimile che, anche qualora decida di non ripresentarsi, possa candidare una figura a lui politicamente vicina e facilmente controllabile. Non si placa, ad ogni modo, la repressione esercitata dalle autorità nei confronti delle opposizioni politiche e questo sviluppo è stato recentemente denunciato anche dai vescovi cattolici del Paese in una lettera. La missiva denuncia le violenze che hanno colpito e colpiscono chi esprime un pensiero indipendente e condanna il ruolo che sta giocando l’Imbonerakure, il movimento giovanile del partito di Nkurunziza, accusato della commissione di svariate atrocità.

Una nuova destabilizzazione del Burundi potrebbe causare gravi ripercussioni sull’Africa centro-orientale e sul vicino Ruanda. Questa nazione ha sperimentato, negli anni, le medesime tensioni e violenze interetniche di Bujumbura, sfociate nel genocidio del 1994 che provocò ottocentomila morti tra i Tutsi, i Twa e gli Hutu moderati. Suscita particolare preoccupazione anche il progressivo ritorno dei profughi fuggiti, nel tempo, dal Burundi alla vicina Tanzania. Un accordo tra i due Stati prevede il rimpatrio di oltre duecentomila persone verso Bujumbura, uno sviluppo che fa temere la commissione, al loro rientro, di nuove violenze nei loro confronti. La comunità internazionale, in conclusione, dovrà intervenire al più presto e con decisione se vorrà evitare che la situazione nel Paese possa degenerare e sfociare in un terribile bagno di sangue