Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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La Lega Awami ha stravinto le elezioni ottenendo 241 dei 300 seggi. Ma questa vittoria, giudicata “ridicola” dai partiti di opposizione, è stata preoccupante teatro di violenze di carattere autoritario che distanziano sempre di più questo Paese dell’Asia meridionale dal concetto di democrazia, portando un “clima di paura” che sarebbe stato capace di intimidire migliaia di persone dall’esprime il proprio voto.

Nelle settimane che hanno preceduto le elezioni, si sono registrati infatti numerosi casi di aggressione lanciati da bande a volto coperto armate di bastoni e mazze, ai danni degli attivisti dell’opposizione impegnati in manifestazioni di piazza nella capitale Dacca e in altri centri della nazione. La polizia non avrebbe opposto alcuna resistenza allo svolgersi di queste “attività intimidatorie”, rendono questa strategia consolidata un mezzo estremamente efficace per intimidire gli attivisti del Jatiya Oikya Front di Kamal Hossain e di altre realtà dell’opposizione che sono state vittime delle medesime aggressioni. Centinaia i feriti, e 17 i morti, secondo quanto denunciato dai portavoce dell’opposizione che hanno dichiarato: “A perdere non siamo noi, ma è il Bangladesh”, che ormai è stato privato dei diritti costituzionali e delle più comuni libertà democratiche.

Questa ondata di violenza politica in occasione delle elezioni, che hanno portato nuovamente al vertice il primo ministro Sheikh Hasina, ha rinnovato le preoccupazioni in tutto Paese, che si dichiara sconcertato di fronte all’accaduto. “Non ho mai visto una situazione simile in vita mia”, aveva dichiarato poco prima delle elezioni il leader dell’opposizione Moshihour Rahman nella sede del Bangladesh Nationalist Party(partito alla guida dell’alleanza di oppozione). Questo risultato elettorale, sempre secondo le opposizione, è stato il prodotto di ripetute intimidazioni, violenze e brogli, e per tanto è da considerarsi “ridicolo”, oltre che estremamente pericoloso, per quanto concerne la preoccupante deriva autoritaria nella quale sta scivolando il Paese.

L’opposizione, che ha ottenuto solo sette seggi, ha richiesto alla Commissione elettorale di annullare i risultati per permettere la convocazione di nuove elezioni; ma nessuno in Bangladesh si attendeva risultati differenti. La Lega Awami era infatti data a oltre il 60%. Ovunque sventolavano i manifesti riportanti la “tradizionale barca del Bangladesh” che è simbolo della Lega di Sheikh Hasina, quattro volte capo del governo e figlia dell’eroe del nazionalismo bengalese Mujibur Rahman. Madame Hasina è stata primo ministro dal 1996 al 2001, per tornate al potere, dopo un passaggio di consegne al ministro del governo tecnico Fakhruddin Ahmed(2007-2009) negli ultimi dieci anni e ora nei prossimi a venire.

Nonostante le amministrazioni presiedute dalla Lega di Sheikh Hasina abbiano portato evidenti risultati di miglioramento in tutto il Paese, che ha registrato una crescita dell’economia calcolabile nel 6% annuo e una graduale uscita dallo stato di povertà per milioni di bengalesi, le ombre di una dura restrizione degli spazi della libertà d’espressione stanno portando le organizzazioni internazionali a preoccuparsi per la possibile deriva autoritaria denunciata dalle opposizioni. Madame Hasina, che si autocelebra come la “la madre dell’umanità” in seguito all’accoglienza di quasi un milione di rifugiati Rohingya in fuga dalle violenze in Myanmar, sembrerebbe nutrire meno “indulgenza” nei confronti degli oppositori politici e nel concetto di libertà espressiva. Leggi estremamente restrittive sono state imposte alla stampa e, secondo alcune fonti, sarebbero oltre 10mila i candidati e gli attivisti dei partiti di opposizione, incluso movimento islamista Jamaat-e-Islami, ad essere finiti in manette. Prima su tutte la sua maggiore oppositrice Khaleda Zia.

Questa deriva autoritaria – dato il peso geopolitico crescente del Bangladesh, ottava nazione più popolosa del mondo a maggioranza musulmana che affaccia sul Golfo del Bengala, dove passano le rotte commerciali di tutto il Sud-est asiatico (comprese quelle della Cina) e snodo fondamentale del corridoio Bangladesh-Cina-India-Myanmar, lungo la Burma Road – preoccupa non poco la diplomazia internazionale: per via degli eventuali stravolgimenti che un paese alla ricerca di un’ascesa nella regione potrebbe apportare ai fragili equilibri finora comunqne mantenuti dalla Sheikh Hasina con Cina, India e Stati Uniti. Il primo ministro del Bangladesh si è infatti dichiarata aperta ad accettare “investimenti e cooperazione” di ogni genere con qualsiasi stato, regionale o internazionale, che offra alla sua nazione delle possibilità di progredire e uscire da un lungo impasse . E questo, in un Paese autoritario, può tradursi in un cambio di passo in ogni momento. Con eventuali conseguenze imprevedibili per l’assetto regionale.

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