È l’inevitabile scontro fra Big Tech e gli Stati: i primi convinti che il loro potere sia al di sopra di quello delle organizzazioni statali, i secondi desiderosi di arginare e limitare lo strapotere dei magnati della Silicon Valley dopo quanto accaduto negli Stati Uniti, dove le aziende hanno messo fuori gioco – con un’azione coordinata e inedita – l’ex Presidente Usa Donald Trump e moltissimi suoi sostenitori. Una mossa che – Trump a parte – ha messo in allerta molti stati. Come riportato dall’agenzia Agi, in Australia Facebook vieterà di condividere e visualizzare post di testate giornalistiche. È la risposta della piattaforma di Zuckerberg contro il News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code, il nuovo regolamento di Canberra che obbliga le piattaforme a pagare gli editori (tramite un accordo privato forfettario) per i contenuti che viaggiano sulla piattaforma. In estate, il Ceo e fondatore di Facebook Mark Zuckerberg aveva annunciato che, in caso di approvazione del nuovo regolamento, la piattaforma social avrebbe bloccato la condivisione delle notizie perché il provvedimento “sfida la logica e danneggia la vitalità a lungo termine del settore giornalistico e dei media australiani”.

La dura rappresaglia di Facebook in Australia

“Gli editori – sottolinea la piattaforma – scelgono di pubblicare notizie perché Facebook consente loro di vendere più abbonamenti, aumentare il proprio pubblico e le entrate pubblicitarie”. Nel 2020, il social afferma di aver generato 5,1 miliardi di contatti per gli editori locali, per un valore stimato di 407 milioni di dollari australiani. In direzione contraria, i benefici economici per Facebook sarebbe “minimi”. E così ieri gli australiani si sono svegliati apprendendo che le pagine Facebook di tutti i siti di notizie locali e internazionali non erano più disponibili. Sono state bloccate anche diverse pagine di sanità pubblica e di emergenza, cosa che Facebook ha successivamente ammesso essere un errore, riporta la Bbc.  Anche gli utenti che vivono al di fuori del Paese non sono in grado di leggere o accedere a nessuna pubblicazione di notizie australiane sulla piattaforma.

Il premier: “Non ci faremo intimidire”

Il primo ministro australiano Scott Morrison si è scagliato contro la decisione presa da Facebook di bloccare la possibilità per gli utenti australiani di condividere o visualizzare i contenuti della sezione notizie. “Le azioni di Facebook per togliere l’amicizia all’Australia oggi, interrompendo i servizi di informazione essenziali sui servizi sanitari e di emergenza, sono state tanto arroganti quanto deludenti”, ha commentato Morrison. “Non ci faremo intimidire dalle Big Tech che cercano di fare pressione sul nostro Parlamento”. “Queste azioni confermeranno solo le preoccupazioni che un numero crescente di Paesi esprime sul comportamento delle Big Tech che pensano di essere più grandi dei governi e che le regole non dovrebbero applicarsi a loro. Potrebbero cambiare il mondo, ma questo non significa che lo gestiscano”, ha aggiunto il premier australiano, rimarcando lo scontro in atto fra governi e la Silicon Valley. Anche Google ha criticato la legge australiana ma a differenza di Facebook ha deciso di sotterrare l’ascia di guerra e di scendere a patti. La società di Mountain View, infatti, ha firmato nei giorni scorsi degli accordi di pagamento con i principali media australiani, accettando di pagare la News Corp di Rupert Murdoch. 

Ma altri Paesi vogliono la stretta

Il 28 ottobre scorso, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, i Ceo di Twitter, Google e Facebook sono stati messi sotto torchio oggi al Congresso Usa per le modalità con cui gestiscono i contenuti sulle loro piattaforme. In particolare, i senatori del Grand Old Party li hanno attaccati auspicando una riforma profonda della legge per rafforzare la responsabilità dei giganti tech. Negli Stati Uniti, infatti, i repubblicani – e anche una parte dei democratici – vorrebbe rivedere la Sezione 203 del Communications Decency Act, approvata dal Congresso Usa nel 1996, prima che Larry Page e Sergey Brin lanciassero Google. Il testo della Sezione 230 riporta: “Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi”. Una frase fondamentale che solleva i social network dalla responsabilità dei contenuti che vengono pubblicati sulle loro piattaforme e che molti vorrebbero modificare. Esattamente ciò che è successo ora in Australia.

E ora anche in Europa si lavora per limitare lo strapotere di Big Tech. Nelle scorse settimane è ufficialmente iniziata la campagna europea per la limitazione dello strapotere di Google, Facebook, Apple e le altre grandi società, con l’istituzione del nuovo regolamento Digital Markets Act, che dovrebbe entrare in vigore fra un paio d’anni. Secondo lo studioso della democrazia liberale Francis Fukuyama, il  vento per le società della Silicon Valley sta cambiando, dopo un 2020 da incorniciare. Come scrive Fukuyama su Foreign Affairs, infatti, “Amazon, Apple, Facebook, Google e Twitter, già potenti prima della pandemia Covid-19, lo sono diventati ancora di più grazie a quest’ultima, poiché gran parte della vita quotidiana si muove online”. Per quanto conveniente sia la loro tecnologia, osserva lo studioso che pubblicò La Fine della Storia, “l’emergere di tali società dominanti dovrebbe suonare come un campanello d’allarme”, non solo perché detengono così tanto “potere economico”, ma anche perché “esercitano un così marcato controllo sulla comunicazione politica”. Questi colossi, osserva Fukuyama, “ora dominano la diffusione delle informazioni e il coordinamento della mobilitazione politica. Ciò pone minacce uniche a una democrazia sana”. Quello di Canberra, insomma, è solo il primo passo verso un ridimensionamento di Big Tech che farà scuola in tutto il mondo.