Russia e Cina sono le potenze accusate di interferire maggiormente nei processi elettorali dei Paesi occidentali da una decina d’anni a questa parte. Più isteria mediatica e propaganda che reali effetti sulle elezioni. È accaduto la prima volta nel 2016, quando Donald Trump venne accusato di aver complottato con Mosca per sovvertire il risultato elettorale a danno di Hillary Clinton, ipotesi successivamente smentita dall’indagine del procuratore speciale Robert Mueller. In tutte le tornate elettorali successive si è paventata l’ipotesi – caldeggiata da stampa mainstream e dall’establishment politico – di un’ingerenza russa nelle elezioni. È accaduto in Italia quando vinsero Lega e Movimento Cinque stelle nel 2018 e accade ora in Europa con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo alle porte.
Ad aprile, una denuncia del Security information service (Bis) della Repubblica Ceca ha addirittura parlato dell’ipotesi di alcuni politici europei che sarebbero stati pagati dalla Russia in Belgio, Francia, Germania, Ungheria, Paesi Bassi e Polonia. Cos’ha portato quell’inchiesta? A un sostanziale nulla di fatto. E ora il tema delle interferenze elettorali torna di moda in Nord America, con il Canada che accusa Pechino di aver interferito nelle ultime due elezioni federali (2019 e 2021).
L’intelligence canadese accusa la Cina
Quello che è accaduto in Canada ultimamente sembra la trama di una spy story degna di Netflix. A partire dalla fine del 2022, una serie di articoli apparsi su Global News e Globe and Mail descrivevano la presunta interferenza straniera cinese nelle elezioni canadesi. In alcuni casi i rapporti si basavano su informazioni top-secret trapelate. Il Globe and Mail ha perfino pubblicato un articolo basato sulle informazioni segrete che sarebbero state fornite alla testata da una fonte anonima della sicurezza nazionale e dell’intelligence.
Notizia che ha sollevato un vespaio di polemiche. Il massimo consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro Justin Trudeau ha dichiarato di aspettarsi che il funzionario della sicurezza che ha fatto trapelare informazioni sensibili ai media sulla tentata interferenza cinese nella politica canadese – provocando mesi di polemiche sull’ingerenza straniera nelle elezioni canadesi – venga “catturato e punito”. “La legge è stata infranta. Fonti e tecniche sono state messe a rischio. La nostra credibilità con gli alleati di Five Eyes è stata messa a rischio”, ha dichiarato Jody Thomas alla conduttrice Catherine Cullen in un’intervista esclusiva alla Cbc.
Cosa dice il rapporto
A seguito del caso mediatico, dopo alcuni mesi di lavoro, il 3 maggio scorso la Commissione per le interferenze straniere presieduta dalla giudice giudice Marie-Josée Hogue ha pubblicato il suo primo rapporto, la cui diffusione era stata inizialmente prevista per lo scorso febbraio. A dicembre è prevista la pubblicazione di un ulteriore dossier. Secondo il rapporto, la Cina “è stata valutata dalle autorità canadesi come il più attivo attore statale straniero impegnato in interferenze dirette a funzionari governativi, organizzazioni politiche, candidati a cariche politiche” e che il Servizio di sicurezza e di intelligence canadese “considera la Cina come la più grande minaccia allo spazio elettorale canadese con un margine significativo”.
Pechino perseguirebbe tale obiettivo attraverso “una serie di strumenti, compresi i proxy che vivono in Canada” e “attività volte a influenzare l’esito dei processi democratici canadesi (compreso il sostegno finanziario ai candidati preferiti); nonché la formazione clandestina di narrazioni a sostegno degli interessi strategici della Repubblica popolare cinese”. In questo modo, il rapporto Hogue conclude che “la Repubblica popolare non sostiene alcun partito in particolare, ma piuttosto appoggia i risultati che considera favorevoli alla RPC, indipendentemente dall’affiliazione politica di un particolare candidato”.
Tanto rumore per nulla?
Dopo tanto clamore mediatico, la giudice Hogue è stata tuttavia costretta ad ammettere che “in assenza di prove concrete che Pechino abbia ribaltato qualche seggio” il danno più grande di questo caso più mediatico che sostanziale è stato nel “minare la fiducia nella legittimità del processo politico” canadese. Pertanto, afferma, è vitale che il “Governo lavori duro per ristabilire la fiducia dei canadesi nelle loro istituzioni democratiche informandoli della minaccia di interferenze straniere e adottando misure reali e concrete per individuarle, scoraggiarle e contrastarle” senza però specificare quali misure il Governo dovrebbe adottare. Insomma, tanto rumore per nulla poiché la Commissione non è riuscita a verificare concretamente un’ingerenza tale da modificare o incidere davvero sul risultato elettorale in Canada e ha dovuto pubblicare un report piuttosto fumoso.
Il dossier ha semplicemente messo in luce ciò che tutte le grandi potenze fanno da sempre: tentare – in vari modi – di appoggiare e aiutare i candidati che possano portare acqua al mulino dei loro interessi. Intanto, i sondaggi dicono che in vista delle elezioni del prossimo anno in Canada i conservatori sono in testa di quasi 20 punti percentuali (43%) contro i liberal di Trudeau fermi al 24%. E non è da escludere da qui al prossimo anno nuovi isterismi mediatici sulle presunte ingerenze straniere vengano tirate fuori dal cilindro. In conclusione, dietro questi allarmi spesso ci sono interessi e speculazioni politiche che non reali pericoli per le democrazie.

