Nemmeno l’anniversario dell’inizio della guerra di indipendenza con la Francia è stato esente da proteste, le stesse che in questi mesi stanno coinvolgendo l’Algeria. Anzi, la giornata della commemorazione più sentita dagli algerini, che cade il 1 novembre, si è trasformata in un pretesto per organizzare la più imponente manifestazione da febbraio, da quando cioè sono iniziate le proteste contro Abdelaziz Bouteflika prima e contro l’intera classe dirigente poi. Intanto ad Algeri, la commissione elettorale ha reso noti i nomi dei cinque candidati per le prossime presidenziali previste il 12 dicembre. E il governo sta provando dunque, con le nuove consultazioni, a dare una parvenza di normalità ad un sistema politico che, al contrario, è ancora ben lontano dall’essere esente da ulteriori scossoni dopo le dimissioni ad aprile del presidente Bouteflika.

Chi sono i cinque candidati alle presidenziali

Il governo attualmente in carica guidato da Noureddine Bedoui è stato nominato nel bel mezzo delle tensioni di aprile proprio per guidare un periodo di transizione verso nuove elezioni. Tuttavia, l’esecutivo non è mai stato visto con simpatia dai manifestanti, i quali anzi lo hanno sempre ritenuto come diretta emanazione del sistema di potere di Bouteflika. Quest’ultimo, è bene ricordarlo, si è dimesso dopo che i manifestanti hanno iniziato a protestare contro l’eventualità di un suo quinto mandato. Un’eventualità, quest’ultima, che era stata resa concreta dopo l’annuncio della sua candidatura per le elezioni che avrebbero dovuto tenersi il 18 aprile scorso. Per cercare di andare incontro alle richieste della piazza, il governo di Bedoui ha fissato rigidi paletti per l’ammissione delle candidature per le prossime presidenziali, quelle fissate fra un mese. Uno di questi, ha riguardato ad esempio l’obbligo di essere in possesso di un titolo di laurea.

Dopo le domande pervenute nelle settimane passate, la commissione elettorale indipendente ha reso nota la lista dei cinque candidati ammessi alle consultazioni. Si tratta, in particolare, di Azzedine Mihoubi, segretario del Raggruppamento Nazionale Democratico (storico partito dell’opposizione islamista), di Abdelkader Bengrina, anch’egli islamista, dell’ex primo ministro Abdelmadjid Tebboune, ritenuto vicino al capo di stato maggiore dell’esercito Ahmed Gaid Salah, di Ali Benflis, anch’egli ex primo ministro, ed infine di Abdelaziz Belaid, del Fronte Mustakbal.

Ma la piazza non vuole elezioni

I manifestanti però, anche giorno 1, hanno chiesto di rinviare le presidenziali. Quello che attualmente la piazza vuole, non è poter votare subito ma organizzare piuttosto un periodo di transizione con figure politiche lontane dall’attuale sistema politico. E solo dopo dunque andare al voto. Questo perché i vari gruppi in piazza da febbraio, in più di un’occasione hanno dichiarato di non fidarsi di elezioni organizzate dagli stessi che hanno governato negli ultimi anni. Anzi, secondo molti manifestanti le presidenziali altro non sono che un appuntamento con la quale “le povoir”  sta provando ancora una volta a legittimarsi.

Intanto, formalmente la campagna elettorale è partita. Tuttavia, il clima potrebbe essere nei prossimi giorni ancora più surreale, con un’opinione pubblica più attenta alle dinamiche della piazza che ai comizi. E, a lungo termine, le presidenziali potrebbero finire per acuire le distanze tra classe politica e manifestanti.