Forse ai più le immagini di gente in piazza con le bandiere e il rumore di alcuni colpi di arma da fuoco sono sembrati la prosecuzione dei festeggiamenti per la vittoria in Coppa d’Africa. Lo scorso 23 gennaio infatti il Burkina Faso ha superato il Gabon ai rigori e si è qualificato per i quarti di finale. Un evento molto sentito da queste parti. Ma in realtà calcio e politica nelle strade della capitale Ouagadougou si sono incredibilmente mescolati. E la gente, già per strada con i vessilli nazionali, dai festeggiamenti per la nazionale è passata a quelli per un nuovo golpe. Il secondo in otto anni. Ma il sesto riuscito in appena due anni tra il Sahel e l’Africa occidentale. Qualcosa in quest’area evidentemente non va. Equilibri instabili, avanzata del terrorismo, alta percezione della corruzione e blocco delle economie si stanno rivelando miscele esplosive destinate a fare in futuro ancora più clamore.

Dal Mali la miccia che ha innescato tutto

Era il 22 marzo 2012. L’area del Sahel appariva, in quel momento, tutto sommato pacifica. Ma in Mali da settimane la gente scendeva in piazza per protestare contro il governo del presidente Touré. Corruzione e stagnazione economica le cause delle manifestazioni. Questo ha attivato una catena di conseguenze difficile poi da scardinare. Nel nord del Paese infatti c’erano i cittadini di origine Tuareg, armati negli anni precedenti da Muammar Gheddafi e forse in quella fase addestrati da ex generali del rais ucciso nel 2011, che hanno approfittato della situazione per chiedere l’indipendenza. In quel 22 marzo allora l’esercito ha deciso di rompere gli indugi. I militari hanno circondato il palazzo presidenziale di Bamako mettendo a segno un colpo di Stato. Da allora non è cambiata soltanto la storia del Mali, ma anche quella dell’intera area circostante. Molti analisti, come sottolineato in un recente articolo del New York Times, lo avevano previsto: caduta all’epoca Bamako, sarebbe stata solo questione di tempo prima che il Sahel convivesse con continui tentativi di golpe. In effetti due anni più tardi è toccato al Burkina Faso, dove i soldati hanno posto fine all’esperienza pluridecennale di Blaise Compaoré.

Pochi anni dopo si è ripetuta la stessa storia. Nell’agosto del 2020 è stato ancora una volta il Mali ad aprire la serie, con un golpe attuato dal generale Assimi Goita capace di rovesciare il presidente Keita. Dopo la caduta di Bamako, ben presto è toccato ad altre capitali assistere alla presa di potere da parte dei militari. Nell’aprile 2021 a N’Djamena il presidente del Ciad Idris Deby è rimasto vittima di un tentativo di assalto della capitale da parte dei ribelli del Fact. Nel mese successivo un altro colpo di Stato ha interessato lo stesso Mali, con Goita nuovamente leader militare di transizione. Poche settimane prima in Niger i soldati hanno provato un ammutinamento, questa volta però non andato a buon fine. A settembre le immagini di carri armati per strada e di truppe schierate attorno al palazzo presidenziale sono arrivate da Conakry, capitale della Guinea. Il mese successivo nella capitale del Sudan, Khartoum, i militari hanno interrotto la fase di transizione pacifica inaugurata con la deposizione nel 2019 dell’ex presidente Omar Bashir. Adesso la nuova azione dei soldati in Burkina Faso, a chiudere un elenco molto ampio di Stati africani coinvolti nei vari colpi di Stato.

I golpe come un “contagio” inarrestabile in Africa

Cosa sta succedendo dunque in questa zona nevralgica del continente africano? E perché negli ultimi anni la “stagione dei golpe” è partita dal Mali? “C’è la convinzione che gli uomini forti possano affrontare meglio i rischi per la sicurezza – ha spiegato Anna Schmauder, del think tank Clingendael, sul New York Times – specialmente nei paesi del Sahel dove la violenza sta crescendo vertiginosamente”. Indubbiamente esiste un’insofferenza di fondo che accomuna l’intera area subsahariana. Proprio in Burkina Faso ad esempio, a novembre un attacco dei terroristi islamici ha ucciso più di 50 soldati. Una mattanza che ha destato forte impressione nell’opinione pubblica. In Mali, così come nel Niger, l’avanzata dei gruppi legati all’Isis e ad Al Qaeda sta generando sfollati e profughi. Se all’insofferenza per la mancata percezione di sicurezza si aggiunge quella per economie sempre più allo stremo, ecco quindi che l’intero Sahel è in preda a una forte instabilità. E in un contesto del genere, basta una singola goccia per far traboccare il vaso. I golpe in Mali hanno poi alimentato quelli successivi.

Una sorta di vero e proprio contagio in grado di estendersi in tutta l’area nel giro di pochi mesi. Anche perché i colpi di Stato a Bamako non sono stati ben gestiti dalla comunità internazionale, a partire da quella africana. CEDEAO , l’organizzazione che raggruppa i Paesi dell’Africa occidentale, e Unione Africana hanno condannato le varie azioni militari ma sono riuscite nell’impresa di legittimarle agli occhi della popolazione. Contro il Mali ad esempio sono state approvate sanzioni che hanno dato modo ai militari di soffiare sul malcontento e individuare negli attori internazionali la causa dei problemi irrisolti. L’ex potenza coloniale francese dal canto suo sembra progressivamente perdere presa. Anzi, la retorica anti Parigi e anti coloniale è stata spesso presente tra i militari appena arrivati al potere. Si tratta di un altro degli elementi che accomuna i Paesi del Sahel e alimenta il contagio golpista.

Le possibili conseguenze

La più visibile delle conseguenze riguarda l’instabilità. A sua volta poi, questa instabilità rischia di far naufragare gli sforzi per il contenimento del terrorismo poiché governi deboli e Stati fragili sono un guaio per la lotta ai gruppi jihadisti. Gli uomini forti al potere, rigorosamente in divisa, difficilmente in futuro saranno in grado di far meglio contro Isis ed Al-Qaeda. Del resto i golpe recenti hanno avuto successo proprio per via della debolezza delle istituzioni e quindi anche degli stessi eserciti. É la classica situazione di un cane che si morde la coda. C’è poi un’altra conseguenza che riguarda direttamente l’occidente. La deposizione di governi vicini a Parigi hanno, nel corso dell’ultimo decennio, aperto brecce nel Sahel per l’inserimento di diversi attori internazionali. A partire dalla Russia. Uno dei primi atti della nuova giunta militare del Mali l’anno scorso è stato rappresentato dall’invito alla collaborazione con l’agenzia di contractors Wagner, strettamente legata al Cremlino. A Bamako, così come in altre capitali della regione, il sentimento antifrancese e antioccidentale è sempre più diffuso tra gli stessi cittadini assieme a una convinzione: meglio avere dei militari al potere piuttosto che fragili democrazie. Non sono da escludere nuovi golpe in altri Paesi africani già nei prossimi mesi. Ne sanno qualcosa in Guinea Bissau: il primo febbraio un gruppo di soldati ha provato a detronizzare il presidente Umaro Embalo, il quale però è riuscito a mantenere il suo posto. Il golpe qui sarebbe fallito, ma la tensione è molto alta e dimostra come il contagio militare in Africa non ha raggiunto ancora il suo picco.





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