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Negli Stati Uniti proseguono le audizioni sull’impeachment in un Paese completamente polarizzato tra coloro che credono che il presidente Donald Trump sia vittima di una caccia alle streghe e quelli che pensavo, al contrario, che il tycoon abbia fatto pressioni su un Paese straniero per indagare un rivale politico (Joe Biden). Un Paese che, tuttavia, mostra scarsissimo interesse per lo spettacolo dell’impeachment: su 330 milioni di americani, infatti, 320 milioni non stanno seguendo le audizioni al Congresso. Difficile biasimarli: uno spettacolo tendenzialmente noioso, con pochi colpi di scena, contorto e complesso anche per gli addetti ai lavori.

Ieri era il turno dell’ambasciatore degli Usa presso l’unione europea Gordon Sondland, che ha fornito una testimonianza abbastanza contorta. Sondland ha prima spiegato di “non aver mai ricevuto una risposta chiara” sul perché gli Stati Uniti avessero bloccato i fondi sulla sicurezza destinati all’Ucraina, sottolineando che Kiev aveva bisogno di quei soldi “per respingere l’aggressione russa”.  L’ambasciatore, in un passaggio chiave della sua testimonianza, ha poi sottolineato che “il presidente Trump non mi ha mai detto direttamente che l’aiuto militare all’Ucraina era condizionato dall’apertura di un’indagine su Joe Biden” salvo precisare che “era chiaro a tutti che c’era un legame. Tutti lo sapevano. Non c’era alcun segreto”. Sondland ha poi aggiunto che ” il 24 settembre il segretario Pompeo dava indicazioni a Kurt Volker di parlare con Rudy Giuliani”, avvocato del Presidente Trump.

Il repubblicano Jim Jordan ha evidenziato le contraddizioni della deposizione di Sondland, che avrebbe omesso nella deposizione di 23 pagine di menzionare l’assenza di “quid pro quo” da parte di Trump – ovvero trattenere gli aiuti militari in cambio dell’apertura di un’indagine a carico di Joe Biden e di suoi figlio, Hunter. 

Le deposizioni di Hale e Cooper

La seconda audizione della giornata ha visto protagonisti Laura Cooper, vice assistente alla Difesa, e David Hale, sottosegretario di Stato agli affari politici presso il Dipartimento di Stato. Entrambi hanno fornito argomentazioni valide sia per le narrative dei democratici, che dei repubblicani. Nella sua dichiarazione di apertura, Cooper ha modificato la sua precedente deposizione per dire che da allora ha appreso che i funzionari ucraini chiesero spiegazioni di una possibile sospensione dell’assistenza militare già a partire dal 25 luglio – il giorno della famigerata telefonata di Trump-Zelensky .

Tuttavia, Laura Cooper ha sottolineato un elemento importante: “Lasciatemi dire all’inizio che non ho mai discusso di questo o di qualsiasi altra questione con il Presidente e di non aver mai parlato direttamente con lui riguardo di tale questione”. Cooper ha poi aggiunto che ci sono solo due modi in cui l’amministrazione Usa può trattenere legalmente gli aiuti dall’Ucraina, che avrebbero richiesto la notifica al Congresso. Ma nessuna di quelle due strade è stata intrapresa, ha spiegato.

La deposizione di Hale ha confermato l’assenza di un “quid pro quo”. Hale ha spiegato di “non essere a conoscenza di alcun collegamento” tra la sospensione degli aiuti militari “l’apertura di un’indagine” su Joe Biden e il figlio, Hunter e di “non saperne nulla del fatto che il Segretario Mike Pompeo” ne fosse a conoscenza. Né, ha spiegato Hale, di essere a conoscenza di qualche motivo particolare per trattenere gli aiuti.

La battaglia fra dem e Gop

Mentre si rincorrono voci sulle possibili dimissioni di Mike Pompeo – che pensa di dimettersi e di correre per un seggio in Senato nel suo Kansas il prossimo anno – la portavoce del Dipartimento di Morgan Ortagus smentisce le affermazioni dell’ambasciatore Sondland e sottolinea che quest’ultimo “non ha mai detto al Segretario di Stato Mike Pompeo” che pensava che “il Presidente legasse gli aiuti militari alle indagini su un avversario politico”. Smentite arrivano anche dal vicepresidente Mike Pence: “Il vicepresidente non ha mai avuto una conversazione con Gordon Sondland sull’inchiesta sui i Biden, Burisma o sullo sblocco degli aiuti finanziari all’Ucraina subordinati a queste potenziali inchieste”. La Casa Bianca ha sottolineato che “la testimonianza dell’ambasciatore Sondland ha messo in chiaro che in una delle poche brevi telefonate che ha avuto con il presidente Trump, il presidente ha detto con chiarezza che non voleva niente dall’Ucraina ed ha ripetuto no quid pro quo“.

La verità è che le testimonianze di questi ultimi giorni forniscono elementi importanti sia a favore della narrativa dei democratici, che a quella dei repubblicani, ma nulla che dimostri, con certezza, un “quid pro quo”. “La testimonianza chiave di Sondland – sottolinea sul New York Post Michael Goodwin – fornisce munizioni ad entrambe le parti ma ci sono contraddizioni e debolezze che minano gli sforzi dei dem per renderla decisiva”. Sondland, infatti, “ha ricordato in maniera esplicita che non c’è stato alcun quid pro quo. Questa è una prova potente a discolpa di Trump, motivo per cui il Presidente l’ha sottolineata mercoledì mentre lasciava la Casa Bianca”.





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