Trasformare un problema sostanzialmente politico in una discussione sull’umanità e in una questione morale. È ciò che hanno fatto negli ultimi anni i liberal sul tema dell’immigrazione, sposando l’ideologia delle “frontiere aperte” e piegandosi ai voleri dei grandi investitori della Silicon Valley, favorevoli all’immigrazione sregolata e senza freni, ignorando completamente le ricadute economiche, culturali e soprattutto sociali di un approccio di questo tipo. D’altro canto, lo stesso Bernie Sanders, attualmente in corsa alle primarie del Partito democratico, prima di abbandonarsi al politicamente corretto, affermava: “Se credi nell’idea di Stato-nazione, ritengo che tu abbia anzitutto il dovere di fare tutto il possibile per aiutare le persone nel tuo Paese. I conservatori, i padroni in questo Paese non sognano altro che una politica di frontiere aperte, per portare dentro gente disposta a lavorare per 2-3 dollari l’ora”.

Chi si oppone al grande partito Open Borders – di cui fanno parte anche i giornali “progressisti” come il New York Times – che ha l’obiettivo di minare l’autorità dello stato e di delegittimare le frontiere, lo vediamo nel dibattito politico americano ma anche europeo, viene etichettato come “disumano”. Un esercizio retorico che, per la verità, non è affatto nuovo. Come scriveva il giurista e filosofo Carl Schmitt, “a questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Proudhon: chi parla di umanità, vuole trarvi in inganno”.

Infatti, spiegava sempre Schmitt nel Concetto di Politico, “proclamare il concetto di umanità, richiamarsi all’umanità, monopolizzare questa parola: tutto ciò potrebbe manifestare soltanto – visto che non si possono impiegare termini del genere senza conseguenze di un certo tipo – la terribile pretesa che al nemico va tolta la qualità di uomo, che esso dev’essere dichiarato hors-la-loi e hors-l’humanitè e quindi che la guerra dev’essere portata fino all’estrema inumanità”. È esattamente l’approccio che stanno adottando i progressisti per delegittimare gli avversari.

Da problema politico a questione morale

Come scrive Il Foglio, negli ultimi vent’anni, le mitologie morali dei liberal si sono allontanate sempre di più dalla realtà politica, e la leadership del Partito democratico ha adottato una linea radicale e ostile a ogni forma di controllo e restrizione dell’immigrazione. Una deriva ideologica che piace ai liberal bianchi e benestanti che risiedono nelle grandi città: la percentuale di liberal bianchi che si dicono a favore dell’immigrazione clandestina è infatti aumentata dal 22 al 42 per cento dal 2006 al 2014 ma un’impostazione che non piace a molti elettori democratici.

Sempre secondo quanto riportato da Il Foglio Domingo García, uno dei leader ispanici più influenti, ha detto di “non essere d’accordo con i democratici quando dicono che bisogna fornire l’assistenza sanitaria agli immigrati clandestini, mentre molti americani non hanno accesso a questo servizio”. Anche l’ex consigliera di Obama, Cecilia Muñoz, teme che la decriminalizzazione degli attraversamenti al confine possa alimentare “la propaganda di Trump secondo cui i democratici sono a favore dei confini aperti”.

Perché la sinistra liberal ha deciso di abbandonare la classe lavoratrice e di sponsorizzare l’immigrazione clandestina e senza regole? Il problema essenziale della sinistra odierna, spiega il celebre politologo Francis Fukuyama nel suo ultimo libro Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi, è che “anziché costruire solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati, si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità. Questo fa parte di una più ampia vicenda riguardante la sorte del liberalismo moderno, in cui il principio di riconoscimento universale e paritario si è mutato nello specifico riconoscimento di gruppi particolari”.

Il dilemma dei democratici sull’immigrazione

Non tutti i democratici sposano la linea radicale dell’immigrazione senza confini. Lo scorso maggio, sul New York Times lo scrittore Omer Aziz ha spiegato che Trump ha pienamente ragione “sul presupposto fondamentale di preferire immigrati altamente qualificati” e che “i liberal reagiranno in maniera eccessiva”.

Aziz, di origine pakistana ma cittadino canadese, sottolinea inoltre che “Trump ha citato il mio paese, il Canada, come modello per questo tipo di piano, ed è vero: l’immigrazione ha funzionato in Canada. A differenza degli Stati Uniti, la stragrande maggioranza degli immigrati in Canada viene valutata in base alle loro capacità e qualifiche e se questi corrispondono ai bisogni del mercato del lavoro”. Negli Stati Uniti, al contrario, “il circolo vizioso di immigrazione illegale e xenofobia dura da decenni”. Un cortocircuito da cui i democratici sembrano non voler uscire, poiché optano per un approccio cosmopolita e quasi religioso dove i diritti degli immigrati, soprattutto se irregolari, valgono di più di quelli dei cittadini del proprio Paese.