La svolta del Regno Unito riparte anche dalla scelta della Gran Bretagna di chi può entrare a far parte della nuova Global Britain. Nel cambio di passo di Londra post Brexit, uno dei capisaldi del governo di Boris Johnson è infatti quello di aver impresso una svolta alla politica migratoria basandola su quello che viene definito un “sistema a punti”. Si entra non solo in base alle esigenze del Regno Unito, ma anche se si garantisce un certo guadagno annuale dal lavoro che si andrà a svolgere e se vi sarà un’effettiva offerta di lavoro a cui si risponde. Un sistema che si completa attraverso la richiesta di un livello intermedio di conoscenza della lingua inglese e con la possibilità di presentare un curriculum accademico o professionale che permetta di abbassare le soglie di reddito colmando il punteggio più basso in altri parametri.

Lo schema a punti

Lo schema è articolato ma il risultato è molto semplice. La Gran Bretagna non si considera più terra d’approdo per chiunque voglia rimettersi in gioco o vuole cambiare vita, ma si considera invece l’unico potere in grado di gestire e decidere chi vuole vivere oltre la Manica. Una scelta che non è solo di matrice “sovranista”, come si potrebbe credere pensando alla svolta brexiter, ma che è anche figlia di una visione alternativa in cui Londra si rimette in moto come motore di un “impero” che guarda al resto del mondo come grande territorio da cui attrarre nuova linfa vitale per i suoi migliori settori produttivi, in particolare quelli del futuro. Sponsorizzare offerte di lavoro all’estero, ritagliare segmenti di manodopera che servono in quel momento al Regno Unito, attrarre personalità artistiche o nel campo scientifiche, proporre un punteggio diverso per chi ha idee innovative e start-up, imporre la conoscenza della lingua come base per fare l’ingresso nel Paese è indice di una scelta precisa, da potenza, che rielabora l’immigrazione non in chiave umanitaria, ma in base utilitaristica: non è un processo a cui Londra si piega, ma è un fenomeno che Londra vuole gestire e far confluire in un sistema più grande in cui chi entra in Gran Bretagna è, in buona sostanza, il meglio che il mondo può offrire o che può offrire alla scarsità di manodopera britannica.

Lo scoop sui cittadini Ue

Visione utilitarista che è anche globale, dal momento che per il Regno Unito post Brexit i cittadini europei non sono più considerati di “serie A” rispetto a quelli di altri continenti. Lo conferma la rivelazione di Politico, che ha parlato di una trentina di casi di cittadini europei (tra cui anche, pare, italiani) fermati alla frontiera e detenuti in attesa di rimpatrio perché in assenza di un’offerta di lavoro. Un percorso legale che prima era esclusivamente rivolto ai cittadini di Stati terzi e che ora invece è anche verso gli Stati Ue.

Il nuovo corso di Johnson guarda altrove, e sembra certificare che nella logica di Londra che non esiste l’Europa e poi, in seconda battuta, l’Asia, l’Africa o l’America, ma un mondo globalizzato in cui c’è l’impero britannico e il resto dei paesi. C’è la Gran Bretagna che si erge a patria morale di un nuovo mondo, e dall’altra parte chi vuole entrare a far parte di questa terra che non offre opportunità tout-court, ma solo a chi se lo può permettere. In uno schema che rovescia la “terra d’opportunità” all’americana: per cambiare vita e farlo nel Regno Unito, devi meritartelo o deve volerlo Londra. Quasi a voler ribadire che approdare interra britannica sia un privilegio più che una necessità.

Potenziali rischi e benefici

Certo, la scelta di Londra non è esente da rischi. Qualcuno lamenta il fatto che esistono dei lavori che gli inglesi non vogliono più fare e che non faranno, costringendo quindi il Paese o a rimanere con dei vuoti di organico in alcuni settori oppure a scegliere di allentare il rigido schema a punti. C’è anche chi ritiene questa svolta una deriva insensata perché l’immigrazione viene privata di quel carattere di “prova” o anche di “investimento”, richiedendo di fatto persone già formate e che servono in quel momento, escludendo chi magari non ha avuto modo, nel proprio Paese, di eccellere o avere un lavoro o contattare un’azienda britannica.

Ma è una logica che in parte può essere rovesciata: nessuno dice che la persona che arriva nel Regno non possa poi provare a fare impresa o cercare un altro mestiere una volta giunto nel Paese. E per quanto riguarda i “lavori che gli inglesi non vogliono più fare”, questa è una frase che viene ribadita costantemente dai teorici dell’immigrazione generalizzata con un’accezione che mescola una certa dose di elitarismo e supponenza. Primo, perché nessuno può avere la controprova sui giovani britannici, che anzi potrebbero anche assistere a un boom di offerte di lavoro limitando così la disoccupazione specialmente nelle aree più colpite dalla crisi e nelle periferie del Regno a rischio continuo di secessione. La Gran Bretagna profonda potrebbe quindi essere anche tranquillizzata da questa scelta. Secondo, perché la visione post-Brexit appare molto meno perentoria sull’idea stessa di immigrazione, andando anzi proprio a scalfire l’immagine dell’immigrato a bassissimo reddito costretto a fare lavori indesiderati o considerati “umili”. Anzi, Johnson sembra proprio dire che il desiderio britannico è quello di avere solo persone che siano in grado di essere da subito alla pari dei residenti della nuova Global Britain, da oggi terra di approdo per i “migliori” e non di tutti, evitando sacche di povertà e nuovi ghetti pericolosamente condannati alla disoccupazione e al degrado. Solo il futuro potrà dirci se i conservatori avranno fatto la scelta giusta. In ogni caso, Johnson invia un segnale su come gestire un mondo in rapido cambiamento e con nuove crisi nate dallo scontro tra globalizzazione e sovranismo. E le urne sembrano avergli dato ragione.

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